Intervista al generale Vannacci: «In Abruzzo già 3.427 iscritti. Mi ispiro alla guerriglia per organizzare il partito»

Il generale: «I terroristi hanno una struttura reticolare e sono senza un capo. È questa l’idea che mi ha orientato: c’è più caos, ma così emerge solo chi vale»
ROMA
«Mi ispiro alla tecnica della guerriglia».
Generale Vannacci, che significa?
«Io do l’indirizzo e le direttive, ma lascio ampio spazio di iniziativa a tutti quelli che lavorano sul terreno. Io facevo il militare. E posso dire che i terroristi lavorano così, hanno una struttura reticolare. Cioè, non c’è mai il capo. È questa l’idea alla quale mi sono ispirato. Ciò comporta molto più caos, molta meno controllabilità, però c’è la possibilità di far emergere chi effettivamente vale. Certo, una strutturazione dovrà esserci, perché anche quella serve. Ma non sarà rigida e gerarchicamente oppressiva come quella dei partiti tradizionali».
Roberto Vannacci non usa una metafora rassicurante per spiegare come è organizzato il suo partito. Guerriglia, dice lui. Terrorismo, subito dopo. Oggi arriva in Abruzzo, a Pescara, per la prima volta con Futuro nazionale. In passato c’era già stato con la Lega e per presentare il suo libro “Il mondo al contrario”. Ora torna da fondatore di un movimento che porta il suo nome e che descrive come l’opposto di quelli già esistenti: «Il mio partito per tutto il periodo iniziale è stato un partito piatto: non aveva responsabili ed era articolato in team o comitati».
Vannacci, in Abruzzo come vanno le cose?
(Prende lo smartphone, apre un documento e scorre i numeri delle adesioni registrate in tutta Italia) «In Abruzzo abbiamo già 3.427 iscritti. Sono tantissimi per una regione di circa 1,2 milioni di abitanti».
Nelle altre regioni?
«In tre mesi, con Futuro nazionale, abbiamo raggiunto complessivamente circa 124.000 iscritti».
L’avanzata, anche in Abruzzo, comprende transfughi e delusi. Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia: il reclutamento pesca soprattutto lì. Molti hanno accettato di passare con voi per rancore o perché messi da parte.
«Ci saranno anche loro. E chi se ne frega! Molti di questi sono personaggi estremamente in gamba che nella politica dei capibastone, cioè dei responsabili che fanno il bello e il cattivo tempo, sono stati messi da parte perché diventano concorrenti degli stessi capobastone. È quello che è accaduto con Lorenzo Gasperini».
Il suo ideologo.
«Sì, una persona eccezionale. Era stato accantonato e buttato in un angolo dalla Lega. Io faccio un discorso totalmente al contrario: voglio che chi vale vada avanti. Io sono il primo a mettersi da parte se c’è gente più in gamba di me».
Come convincerà gli abruzzesi che Futuro nazionale può amministrare Comuni e Regione, oltre a condurre discutibili e controverse battaglie identitarie?
«Portiamo avanti la battaglia della ricchezza e del benessere, dell’impresa, del rilancio economico e sociale italiano. L’abbiamo scritto nel programma, chi è venuto all’assemblea nazionale lo sa».
Che cosa sa?
«Che al centro della nostra azione ci sono le piccole e medie imprese, ovvero il 96 per cento del tessuto economico italiano. Vogliamo sburocratizzare e abbassare un carico fiscale inaccettabile. Ma non è il solo concetto fondamentale».
Vada avanti.
«L’immigrazione pesa in una maniera mostruosa. E proprio agendo sull’immigrazione avremo un ritorno economico notevole. Sto scrivendo un libro su questo aspetto: andremo a guadagnare 15 miliardi di euro all’anno. Poi c’è la questione sicurezza».
L’altro suo cavallo di battaglia.
«Pesa tantissimo sull’amministrazione locale dei piccoli paesi. Siamo gli unici ad affrontare in maniera concreta e pragmatica l’aspetto della sicurezza».
Vale a dire?
«Siamo quelli che hanno fatto gli emendamenti al pacchetto sicurezza, dicendo di modificare gli articoli 52 e 53 del codice penale (stabilendo che la difesa è sempre legittima per chi subisce un’intrusione o un’aggressione, ndr) e l’articolo del codice civile che permette ai criminali di essere risarciti».
Un suo ricordo legato all’Abruzzo?
«“Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare”».
Poesia di Gabriele d’Annunzio a parte?
«Non conosco bene l’Abruzzo come regione, però ci sono stato. È bellissima. E gli arrosticini mi piacciono da morire. È anche una terra identitaria perché è rimasta abbastanza isolata rispetto a tutte le altre infiltrazioni. Ha una forte tradizione agropastorale».
Che cosa significa, in concreto?
«L’agricoltore, il pastore, non difende solo il proprio lavoro. Difende la propria casa, difende la propria tradizione, la propria terra, la propria famiglia, la propria storia. E le nostre eccellenze! Perché, se non ci fossero i contadini e i pastori, noi le eccellenze italiane non le avremmo».
Il comizio di oggi come si svolgerà?
«Non mi metterò ad arringare il popolo. Ho chiesto di trovare un moderatore e faremo domande e risposte, un’interlocuzione. Vorrei anche che ci fossero domande da parte del pubblico».
Anche a Pescara sono attese contestazioni.
«Non sono preoccupato. Pensi che a Genova è stato necessario cambiare piazza... Io ritengo che il diritto di manifestare sia sacrosanto. Ma il 90 per cento dei manifestanti dice: “Noi siamo qua perché non vogliamo che lui parli”. In sostanza, vogliono censurare un uomo politico. L’eurodeputato più votato d’Italia».
Domani, invece, sarà a Vasto.
«Sì, faremo una cena con un centinaio di imprenditori. Poi andrò a Civitanova Marche, quindi ad Ancona e, da lì, a Bruxelles. Io non perdo un giorno».
Passiamo alle sue ultime proposte. Perché bisognerebbe abbassare l’età del lavoro?
«Se un ragazzo a 14 anni vuole fare il cameriere, perché non lo può fare? Se vuole aiutare la madre e il padre in negozio, perché non può farlo? Io a 14 anni, d’estate, ho iniziato a lavorare come cameriere. E con i soldi che ho guadagnato ho potuto comprare il mio primo motorino, che altrimenti non mi sarei potuto permettere. Mio padre era un militare e prendeva 250mila lire al mese, in casa entrava un solo stipendio. La nostra macchina era una Giulia, ma di terza mano».
Il piatto forte del suo programma è la remigrazione. Perché non la chiamate “deportazione”, visto che è contro la volontà dei diretti interessati?
«Perché sono due cose totalmente diverse anche da un punto di vista semantico. La deportazione è la movimentazione coatta di uno o più individui lontani dalla loro patria o dal loro luogo di normale residenza. Noi invece queste persone le vogliamo riportare a casa».
Contro la loro volontà, però.
«Non è che ogni cosa che avviene contro la volontà è una deportazione: allora anche quando si porta in carcere una persona la si deporta? Vogliamo favorire l’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, nel quale si afferma che ogni uomo ha il sacrosanto diritto di ritornare nel Paese d’origine. E noi lo facilitiamo. Partiamo dal principio che loro non hanno alcun diritto di rimanere da noi, perché la maggior parte sono clandestini».
Giorgia Meloni dice che la remigrazione si fa già con i rimpatri volontari assistiti. La premier afferma il falso?
«No, la Meloni si riferisce solamente a una piccolissima fetta a cui la remigrazione si indirizza. E torno a ripeterlo: remigrazione non è uguale a deportazione».
Cosa significa esattamente remigrazione da un punto di vista politico?
«Remigrazione, da un punto di vista politico, esprime il diritto delle popolazioni autoctone di difendere la propria cultura e la propria civiltà. Lo si implementa con l’educazione, con la scuola, con l’università, con gli eventi pubblici nei quali si richiama alle nostre origini e anche evitando che gruppi esogeni che non fanno parte della nostra cultura o della società si insedino. Voglio dare un dato storico».
Prego.
«L’invasione più grande che ha subito l’Italia è stata quella dei Longobardi, che ha raggiunto al massimo il 4 per cento della popolazione autoctona dello Stivale. Noi oggi siamo al 10 per cento. Longobardi e Normanni si sono convertiti al cristianesimo, assimilando la cultura locale. Saraceni e Mori, nel 1092, furono invece cacciati perché non si volevano convertire».
Quali sono i gruppi esogeni?
«Partiamo dai clandestini. Il 30 per cento degli arrivi illegali più recenti riguarda persone del Bangladesh. Non hanno diritto di rimanere, quindi devono tornare a casa propria».
I cittadini italiani figli di immigrati, che lei non considera “assimilati”, vanno espulsi con la remigrazione?
«In parte, sì. Se questi cittadini dovessero delinquere, è bene rimuovere loro la cittadinanza italiana».
E se un cittadino italiano, figlio di entrambi i genitori italiani, compie lo stesso reato?
«Le rispondo con un esempio. Se lei ha un figlio un po’ birichino, cerca di rieducarlo. Se lei ha un ospite a casa sua che non si comporta secondo le regole, non lo rieduca: lo accompagna all’uscita con le sue valigie».
Gli immigrati regolari che non si integrano vanno rimpatriati?
«Per gli immigrati regolari che non si assimilano si può non rinnovare il permesso di soggiorno. In Francia il 50 per cento dei musulmani di seconda o terza generazione vorrebbe l’implementazione della Sharia (la legge sacra, ndr) sulle leggi dello Stato; in Germania lo vorrebbe il 40 per cento degli studenti musulmani. Sono culture non compatibili con la nostra».
Ci sono oltre 160.000 italiani che ogni anno lasciano il Paese. Secondo lei, vanno via perché ci sono gli immigrati che tolgono loro il lavoro da badante o nei campi?
«In parte, sì. Gli stranieri hanno costituito quello che Marx definiva l’esercito industriale di riserva del padrone. È quella massa di lavoratori che abbassa i salari ed elimina o riduce i diritti. Se noi riducessimo questa massa, io penso che gli italiani, a determinate condizioni e con determinati salari, ritornerebbero».
Perché lei sostiene che il reato di femminicidio non dovrebbe esistere?
«Senza bisogno del reato di femminicidio, che è stato approvato meno di un anno fa, il delitto di Giulia Cecchettin è stato punito con l’ergastolo. Significa che la pena massima c’era già. Esistono già le aggravanti per i futili motivi, la premeditazione e l’ambito familiare. I reati di femminicidio o di violenza contro le donne sono molto più numerosi nei Paesi del Nord Europa, dove la cultura patriarcale non esiste».
Da ex militare, non crede che le regole e le leggi possano essere utili per veicolare un messaggio chiaro, davanti a tante donne uccise dai propri compagni in quanto volevano autodeterminarsi?
«Così si avvalorerebbe la teoria gramsciana dell’utilizzare il diritto penale come un metodo per educare la società. Il diritto penale serve per retribuire il reo con una pena».
Il suo movimento andrà da solo o nella coalizione di centrodestra?
«L’unico scopo che ho è quello di rinforzare Futuro nazionale. Le alleanze si fanno pochi mesi prima del voto. La doppia cifra è il sogno al quale avrei voluto tendere, non siamo poi così distanti. Magari domani si aumenterà ancora dello 0,4 per cento. Vuol dire che gli italiani condividono quello che dico, considerando che in poche settimane il partito ha raggiunto il 6 per cento».
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