INVESTIRE BENE È L’UNICA RICETTA PER CRESCERE

I problemi economici dell’Abruzzo non nascono dallo scoppio della grande crisi finanziaria del 2007-2008. Se si osservano i dati relativi al periodo 2001-2007 si può constatare come l’Abruzzo abbia...
I problemi economici dell’Abruzzo non nascono dallo scoppio della grande crisi finanziaria del 2007-2008. Se si osservano i dati relativi al periodo 2001-2007 si può constatare come l’Abruzzo abbia un valore cumulato del Pil pari al 4,2%, una percentuale esattamente la metà della media del paese e addirittura inferiore al dato del Mezzogiorno. A spiegare l’andamento così modesto del Pil concorrono diversi fattori: alcuni esterni, come l’avvento di un nuovo paradigma produttivo basato sulla tecnologia e la forte concorrenza dei paesi emergenti nelle produzioni a basso valore aggiunto; altri interni, come l’eccessivo indebitamento della regione che limita la disponibilità di risorse endogene e impedisce di effettuare quegli investimenti sul territorio ritenuti necessari per attenuare gli effetti del cambiamento e per ridare fiato all’economia.
Ma, credo che, fra le tante cause, quella che ha maggiormente influito in senso negativo sia stata l’uscita dall’Obiettivo 1. La cessazione dei cospicui contributi europei produce tre effetti sul tessuto economico regionale: interrompe il circuito virtuoso imprese-incentivi-territorio; impedisce al giovane sistema economico abruzzese di procedere verso forme più “compiute” di organizzazione aziendale; determina la fine della capacità attrattiva della regione perché cancella le convenienze localizzative. Il risultato del processo decritto è che viene colpita tutta quella fascia imprenditoriale a basso valore aggiunto, quel tessuto articolato di imprese su cui poggiano i cosiddetti distretti industriali e, soprattutto, non poche produzioni tipicamente abruzzesi che nei decenni precedenti avevano largamente contribuito al “miracolo abruzzese”.
La crisi finanziaria del 2008, quella successiva del debito sovrano e il sisma completano la fase critica e innalzano la complessità della situazione. Una chiara testimonianza è evidenziata dai seguenti indicatori: rispetto all’anno precedente, nel 2009, il Pil diminuisce del 6,4%, l’occupazione del 4,6% e le esportazioni del 31%. Una crisi sistemica che genera profonde disuguaglianze, colpisce i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese, e rende ancora più visibile il divario tra le poche medie e grandi imprese, animate dalla cultura dell’innovazione, e le numerose unità produttive volte al mercato domestico. Un divario, quest’ultimo, che si può cogliere nei dati dell’Istat e che tende ad ampliarsi nel corso della crisi.
È proprio questo il punto su cui riflettere. Facendo un confronto omogeneo con la pre-crisi mancano all’appello oltre 5 punti di Pil e 23 mila unità lavorative, che si addensano, appunto, nel settore del terziario. Ed è forse per questa ragione che, pur in presenza di una leggera crescita economica, la maggioranza degli abruzzesi non si accorge di questa ripresa. Dalla stessa lettura dei dati si evince che l’impatto positivo sull’economia è dovuto soprattutto alle esportazioni delle unità produttive più grandi piuttosto che da una diffusa partecipazione delle famiglie e delle imprese.
Si vive cioè una fase di grande incertezza, che se da un lato non aiuta a crescere, dall’altro tende a modificare profondamente il territorio e mettere a dura prova le imprese. Tale complessità del quadro economico ci allontana da talune affermazioni categoriche e indica l’esigenza di produrre, con umiltà, uno sforzo per interpretare i fenomeni e le giuste terapie, piuttosto che pronunciare alcune “verità”. In questo contesto gli investimenti rappresentano l’unico antidoto per una efficace e duratura ripresa. La condizione fondamentale è che non siano confusi e improduttivi, ma che siano destinati ad innalzare la produttività e il tasso di innovazione. La disponibilità, come pare, di adeguate risorse (masterplan, ecc.) potrebbe essere declinata nel seguente modo: dotazione infrastrutturale, capitale umano e capitale turistico-ambientale. Se ben calibrati e messi in condizione di interagire sono fattori che possono contribuire a rendere l’Abruzzo più produttivo rispetto agli altri territori. La dotazione infrastrutturale costituisce il presupposto della crescita economica, perché diminuisce i costi della distanza e favorisce i trasporti e le comunicazioni. La presenza di capitale umano è strettamente connessa al bisogno di cambiamento imposto dall’attuale scenario economico. L’Abruzzo non può permettersi lo spreco di talenti, di giovani che rimangono disoccupati o che abbandonano la nostra regione. Vi potrà essere vera crescita se questa sarà capace di includere la componente giovanile. Le imprese devono comprendere che è il capitale umano a determinare la differenza nel contesto competitivo, fatto di innovazione e di industria 4.0, e quanto sia importante creare un legame stabile, anziché flessibile, con figure professionali qualificate. Il capitale turistico-ambientale contiene al suo interno diversi e importanti profili: crea ricchezza, interagisce con tutti i settori produttivi e rafforza il ruolo delle aree interne, impedendo fenomeni di degrado e di abbandono. Il dialogo e lo scambio di idee possono contribuire a dare un volto definito all’economia dell’Abruzzo.
*Economista

