«Io, la vedova di un uomo coraggioso»

Alla vigilia del 31° anniversario Tina Montinaro parla del marito Antonio, capo scorta di Falcone: sono orgogliosa di lui
Sull'autostrada A29, allo svincolo per Capaci, una profonda voragine. Le tre Fiat Croma blindate del giudice Giovanni Falcone e degli uomini della scorta dilaniate, coperte da pezzi d'asfalto e detriti. Alle 17,57 del 23 maggio 1992 si consuma la strage.
Quella stessa voragine, dolorosa e profonda, entra in casa del capo scorta di Falcone, Antonio Montinaro. Sventra i sentimenti, sconvolge le esistenze della moglie Tina e dei figli, di appena 4 anni e 18 mesi: Gaetano e Giovanni, il secondo chiamato così in onore del magistrato di Palermo. L'uomo simbolo della lotta alla mafia.
«Ripercorrerei tutta la mia vita. Sono orgogliosa di mio marito che ha cambiato il destino della Sicilia e dell'Italia. Che ha lottato per la giustizia e la libertà, sapendo bene i rischi». Tina Montinaro è la vedova di Antonio, che scortava Falcone a Palermo, di rientro dall'aeroporto di Punta Raisi. Sono trascorsi 31 anni.
Alla vigilia della ricorrenza della strage di Capaci, Tina racconta del suo dolore, della battaglia per tenere viva la memoria del marito e degli altri agenti della scorta. E di uno Stato «latitante, incapace di rimarcare i valori di chi si è sacrificato per combattere la criminalità».
La strage di Capaci ha segnato uno spartiacque nella sua esistenza: da quel giorno lei gira l'Italia per parlare di legalità e giustizia nelle scuole e all'interno delle associazioni.
«È una missione», dice al Centro, «questi uomini vanno visti e raccontati come un esempio da seguire. Ritengo che altri, in questo Paese, avrebbero dovuto portare avanti la memoria di chi ha combattuto contro la mafia. Per affrontare certe battaglie occorrono un impegno costante, quotidiano e grandi sacrifici perché si toglie tempo ad altro e si viene totalmente assorbiti. Ci vuole forza: tocca a noi familiari delle vittime farlo».
Sono passati 31 anni dalla morte di suo marito Antonio. Ha capito immediatamente che doveva fare qualcosa perché l'Italia non dimenticasse troppo in fretta?
Non subito. Il dolore era lacerante. Inoltre, avevo due bimbi piccoli, di un anno e mezzo e 4 anni, rimasti orfani del padre. Dovevo pensare, innanzitutto, a loro. Gaetano, il primogenito e Giovanni, il secondo. È facile capire perché lo abbiamo chiamato così.
Ho dovuto rimboccarmi le maniche e affrontare da sola una vita che non avevo scelto. Non siamo stati neppure messi sotto protezione, erano tempi diversi rispetto ad oggi che la scorta si dà a tutti. Ci siamo protetti dal soli, con amore e uniti nel ricordo.
I miei figli avevano subìto un trauma enorme: quando sono cresciuti e hanno iniziato a capire, ho detto loro che il papà, Antonio, non apparteneva solo a noi ma all'Italia intera.
Antonio, Rocco e Vito: gli agenti della scorta del giudice Falcone. Li ricordiamo così.
La mia battaglia è stata proprio questa: non erano solo "la scorta" ma uomini con le loro famiglie, con un cuore e ideali profondi, che avevano compiuto una scelta consapevole e difficile. Il vero obiettivo è farli conoscere in questa veste
Lei si è sempre rivolta, soprattutto, ai giovani. Perché? Per indurli a capire, a sapere cosa è accaduto tre decenni fa, e a porsi domande.
Le giovani generazioni devono essere consapevoli del passato, di cosa hanno fatto Falcone e i suoi per il nostro Paese. Al tempo si moriva tutti i giorni di mafia e sangue: erano molo giovani, ma hanno compiuto una scelta importante che ha cambiato Palermo. Una città che prima si chiudeva dietro le persiane, omertosa, diffidente. La gente non parlava, non si presentava ai funerali degli uomini di Stato. E quando qualcuno moriva ammazzato diceva "Se l'è cercata".
Oggi Palermo e la Sicilia sono diverse, dicono no alla mafia, denunciano. Da Capaci molto è cambiato, lei ritiene che la mafia sia stata finalmente sconfitta?
Non viviamo in un'isola felice, abbiamo ancora tanta strada da fare: è per questo che porto la mia testimonianza dappertutto. Così ho scoperto un'Italia bella, solidale, che mi accoglie con commozione e ricorda persino cosa stava facendo quel giorno. Quando in televisione ha visto le immagini della strage.
Dopo la morte di suo marito ha scelto di non lasciare Palermo. C'è un motivo?
Palermo è la mia città. Sono rimasta sempre lì con i miei figli, pur essendo napoletana e mio marito leccese. Del resto, mio figlio Giovanni è nato a Palermo, dove ho sposato Antonio, e in quella terra mio marito, entrato in polizia a 18 anni con destinazione Bergamo, aveva deciso di trasferirsi per scortare il giudice più a rischio del Paese.
Come apprese la notizia dell'attentato?
Mi chiamò un'amica che voleva sapere dov'era Antonio. Io non dicevo mai, per telefono, dove si trovava, ma mi ha informata che c'era stato un attentato al giudice Falcone.
In quel momento esatto, ho capito che era finita. Ricordo le telefonate al 113, la corsa in ospedale, l'attesa fuori dall'obitorio.
Le immagini della strage che passano in televisione rinnovano, ogni volta, il dolore di quel giorno?
Le guardo con gli stessi sentimenti di allora, ferma nella mia posizione: quello che provavo non è cambiato con il tempo. La voragine sull'autostrada A19 è entrata per sempre in casa mia, inghiottendo la mia famiglia. Ma è tutto ciò che è venuto dopo che mi dà un enorme fastidio. Lo ritengo una grande mancanza di rispetto nei confronti delle vittime e dei familiari.
A che cosa si riferisce?
Ai pentiti, che sono già fuori. Come Giovanni Brusca, che ha premuto il pulsante della strage o sciolto il piccolo Giuseppe Di Matteo nell'acido. Potrei elencarne tanti altri. Mi fa male saperli liberi.
È vero che qualche collaboratore di giustizia è servito per colpire la mafia, ma questo non significa che dobbiamo mantenerli per anni e poi trasformarli in persone per bene. Ciascuno di noi porta nel cuore il proprio dolore che non possiamo condividere. Ma tutti si ricordano di Antonio, Rocco Vito. È la loro vittoria. I mafiosi, anche se pentiti, continuano invece a fare una vita buia. Hanno perso e si devono vergognare per quello che sono. I nostri figli camminano a testa alta, con dignità. I loro devono abbassare il capo.
Quale era il rapporto con Giovanni Falcone?
Non lo conoscevo di persona perché era un uomo blindato. Sapeva che avrebbe fatto quella fine e lo sapeva anche mio marito. Antonio lo rispettava tantissimo, aveva la consapevolezza che Falcone doveva essere protetto per quello che stava facendo e che era un persona preziosa. Mi fece capire l'importanza del suo lavoro per sradicare la mafia e mi disse che non lo avrebbe mai lasciato solo.
Ha mai rimproverato a suo marito di aver fatto quella scelta?
No, ne sono orgogliosa. Ci sono donne che hanno accanto per 50 anni uomini che non servono a nulla, meschini, criminali. Io non cambierei un passo della mia esistenza. Antonio mi manca tanto. Ma, con Falcone e gli altri, ha cambiato la storia dell'Italia. Avrei solo voluto più attenzione dallo Stato, che dimentica troppo facilmente.
Il 3 maggio è uscito il suo libro "Non ci avete fatto niente (De Agostini) rivolto ai giovani di elementari e medie.
Il titolo è emblematico: la mafia non ha vinto. Hanno trionfato libertà, legalità e giustizia. Il libro sta avendo successo perché si rivolge alle generazioni future, gli uomini di domani. Devono studiare, essere consapevoli, conoscere il passato. E vivere con onestà.
La mafia ha cambiato pelle. Come riconoscerla oggi?
È stato preso anche Messina Denaro, l'ultimo degli autori delle stragi, e la sua cattura ha segnato una profonda svolta, ma la mafia esiste ancora.
Ma la mafia non è più quella del tritolo. I nuovi mafiosi sono anonimi e invisibili, ma colpiscono ancora e distruggono, oggi come allora. È la mafia dei colletti bianchi, delle sentenze pilotate, dei criminali in giacca e cravatta, dei ricatti e dei condizionamenti. Una mafia che si è evoluta ed è questa che va sradicata con la cultura dell’onestà.
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