Junior: i pescaresi? Neanche un difetto

«Da 30 anni mi accolgono sempre con lo stesso affetto»
PESCARA. «Il primo ricordo pescarese? La quantità di gente che c’era all’aeroporto quando sono arrivato. Pensavo di vedere solo la dirigenza, e invece c’erano migliaia di persone. Mi sono spaventato, un caso fuori dal normale, ma capii subito tutta la mia responsabilità, fu una motivazione grande».
E resta un caso fuori dal normale se a distanza di quasi trent’anni da quel 1987 Leo Junior è ancora nel cuore dei pescaresi, come racconta l’accoglienza ricevuta in questi giorni durante la sua presenza per gli 80 anni del Pescara. «Il complimento più bello me lo hanno fatto proprio qui», racconta divertito, «ero per strada, una signora mi ferma e mi dice: Leo, il tempo non ti ha offeso».
Sessantadue anni il 29 giugno, Leovegildo Lins da Gama Júnior, secondo di quattro figli (il padre aveva una fabbrica di mattonelle) e papà a sua volta di tre ragazzi, gioca a calcio da quando di anni ne aveva nove e con la famiglia si trasferì dal nord est del Brasile a Rio de Janeiro: «Ho iniziato lì, sulle spiagge di Copacabana, giocando a calcio solo per divertimento, come dev’essere. Così fino a 16 anni, quando sono entrato nelle giovanili del Flamengo».
Da allora ha chiuso la carriera nel 1993, dopo 857 partite e 73 reti nel Flamengo, dopo la parentesi di cinque anni in Italia a Torino e a Pescara e i due Mondiali, in Spagna nel 1982 e in Messico nel 1986. Che cosa le ha insegnato il calcio?
A essere serio, umile e professionista. Se non fai queste cose non sei un vincitore.
E non giochi in Nazionale fino a 38 anni come ha fatto lei. Qual è il segreto?
Quando arrivai nel Torino avevo 30 anni e si chiedevano che cosa andavo a fare. Poi a 33 anni sono arrivato a Pescara, con quell’accoglienza storica. Ci sono rimasto due anni e poi ho ricominciato in Brasile. Ma lì pensavo di reggere un anno, invece ho giocato altri cinque anni con il Flamengo vincendo la Coppa Brasile nel 1990, la Coppa di Rio nel ’91 e il campionato brasiliano nel ’92. Non lo so, dipende dalla volontà, dal fisico, non c’è un segreto.
Lasciò Pescara dopo due anni magici, finiti però con la retrocessione. Perché decise di lasciare l’Italia? Si disse per i ritmi troppo stressanti del campionato italiano.
La verità è che Zico mi aveva regalato una videocassetta con tutti i suoi gol registrati, e mio figlio Rodrigo guardava quei gol 400 volte al giorno, dalla mattina alla sera. Un giorno mi disse, papà, quand’è che ti vedo giocare al Maracanà? La coincidenza fu che il Flamengo cercava un leader per la squadra, allora tutta di ragazzi, e in un mese accettai.
Come la presero i pescaresi?
Ci rimasero male, soprattutto gli amici, come Peppino Baldacci. Che cosa devo fare per non farti andare via, mi chiese. E io: se compro un appartamento torno. In 48 ore Peppino mi trovò la casa da comprare e che ho ancora, a Francavilla.
Due parole sui personaggi di allora. Scibilia.
Con me è stato sempre di parola, mi ha rinnovato il contratto su un foglio di carta, all’oleificio. Però non è vero che fu lui, come dicono tutti, a portarmi a Pescara. Fu Vincenzo Marinelli con Manni. Marinelli era amico di Luciano Nizzola, amministratore del Toro che mi cedette al Pescara.
Galeone.
Il primo contatto con lui fu eccezionale. Mi disse subito: “di serie A ci capisco poco, ho bisogno che tu mi dia una mano”. Gli allenatori non dicono mai cose del genere, lui è uno umile, per niente autoritario. A quel punto non mi sono risparmiato. Anzi, con due Mondiali alle spalle gli dissi che ero pronto a sacrificarmi, come ho fatto.
Perché scelse Pescara?
Una delle cose che mi fece venire fu il mare.
Il ricordo più caro della sua carriera?
La partita ai Mondiali dell’82 contro l’Argentina, i nostri rivali storici. Vincemmo 3 a 1, segnai il terzo gol. Poi arrivò l’Italia... Il calcio è fatto così.
Il ricordo più bello nel Pescara?
Il gol del 2 a 1 contro la Juve. L’altro lo segnò Pagano. Ma anche il 3 a zero all’Olimpico contro la Roma, tripletta di Tita.
Con chi aveva legato di più in quel Pescara?
Con Ciarlantini, che sento spesso, ha chiamato il figlio Luigi Junior; con Pagano, che vedo quando torno, con Gasperini, Marchegiani, Di Cara.
C’è un talento, di quella squadra, che avrebbe meritato di più?
Gasperini. Era un professionista vero, si vede come fa l’allenatore.
Ai tempi di Galeone, lei non era particolarmente mondano. Quanti anni avevano i suoi figli?
Rodrigo 3 anni e Juliana un anno. Carolina, la terza, l’abbiamo concepita in Italia.
Che cosa fanno?
Rodrigo gioca nel Flamengo e gestisce un negozio su Internet. Juliana insegna danza e Carolina, laureata in moda, fa la costumista a Tv Globo.
E lei che fa?
Il commentatore di calcio a Tv Globo, la più grande rete del Brasile. Dal ’98, dopo una parentesi di due anni in cui ho fatto il direttore sportivo del Flamengo.
Da piccolo che voleva fare?
Il veterinario.
E poi?
Poi sono arrivato a Copacabana, ero sempre sulla spiaggia a giocare a pallone. Per cinque anni ho giocato a calcio a 5, poi mio zio, che aveva un amico nel Flamengo mi fece fare un provino e mi presero alle giovanili, ho fatto un anno nella Primavera e intanto mi iscrissi a Economia. Al secondo anno però mi si presentò l’occasione di andare alle olimpiadi di Montreal. Dovevo scegliere, e scelsi il calcio.
Come arrivò in Italia?
Dopo i mondiali del Brasile, nell’83, venni a fare un torneo a Milano con il Flamengo. Era la prima volta che da terzino giocavo a centrocampo al posto di Zico, che era andato all’Udinese. Da lì mi contattò il Torino e andai. Io e mia moglie volevamo fare un’esperienza del genere, eravamo sposati da poco.
Come fu l’impatto?
Difficile. Nell’84 ci fu l’inverno più rigido degli ultimi trent’anni.
Che cos’è la saudade?
Non c’è nessun modo di descriverla. La saudade si sente ma non si descrive. Ma non è la nostalgia. La saudade può essere della famiglia, degli amici. Io ho la saudade anche del mio letto dopo due settimane fuori casa. La senti e basta.
La sua Pescara era anche la Pescara di Eriberto. Come lo ricorda?
Un matto furioso. Per lui era domenica tutti i giorni. Però ogni tanto si metteva a parlare seriamente. Ma Pescara è dei personaggi. Mi ricordo anche Enzo di Manuel, andavo al suo negozio, e lui veniva sempre allo stadio. E Nella Grossi, incredibile, è sempre uguale.
Il piatto italiano preferito.
I rigatoni con gli scampi, la prima cosa che ho mangiato a Pescara. E il crudo.
Un difetto dei pescaresi?
Non li trovo. Mi sembra di non essere giusto nei confronti di una città che mi accoglie così da 30 anni.
Allora il pregio.
La generosità.
Rimpianti?
Non aver scoperto Pescara prima.
Che cos’è il calcio?
Gioco, divertimento.

