L’Abruzzo invecchia e fa fuggire i giovani

L’economista Mauro: troppi lasciano la regione senza tornare
PESCARA. L’Abruzzo invecchia. Lo dice l’Annuario dell’Istat appena pubblicato, secondo il quale in regione le cose vanno peggio rispetto alla media nazionale, che già vede l’Italia tra ai Paesi più “attempati” al mondo. In Abruzzo la vita media è di 46,2 anni, a fronte dei 45,2 italiani; su base provinciale, il record spetta all’Aquila e Chieti, con una media di 46,3 anni, seguite da Teramo (45,6) e Pescara (45,5). La percentuale di over 65, rispetto alla popolazione attiva è del 36.9% (la media italiana è del 35,2%). A guidare la classifica provinciale ancora Chieti (38,6%), seguita dall’Aquila (36,8%), Pescara (36,3%) e Teramo (35,5%). Sempre secondo l’Istat, la popolazione residente in Abruzzo al primo gennaio 2019 era di 1.315.196 abitanti, che il 31 dicembre sono diventati 1.311.580 (un dato che tiene conto anche della componente migratoria).
Anche il saldo tra nascite e morti è negativo: 8.937 i bambini venuti al mondo e 14.680 le persone decedute (meno 5.743). Il quoziente di natalità per mille abitanti è stato di 6,8 punti, mentre il tasso di fecondità è di 1,18 figli per ogni donna abruzzese e di 1,88 per le donne straniere (con una media di 1,24%). La speranza di vita degli abruzzesi è attualmente di 80,8 anni per gli uomini e di 85,3 anni per le donne. Infine, gli abruzzesi di età compresa tra zero e 14 anni, nel periodo di riferimento dell’Annuario, erano il 12,4%, mentre il 63,8% ha da 15 a 64 anni e il 23,8% ha superato la soglia dei 65.
Ne parliamo con l’economista Giuseppe Mauro, docente di politica economica all’università d’Annunzio, secondo il quale il dibattito sulle prospettive demografiche dell’Abruzzo è praticamente inesistente, così come non si discute abbastanza degli effetti che l’invecchiamento della popolazione avrà sul reddito regionale.
Professore, cosa emerge dalla lettura di questi dati?
«La cosa più importante, è che di fronte a un percorso di denatalità noto a livello nazionale, i dati dell’Abruzzo appaiono decisamente più penalizzanti, tenuto conto dell’andamento decrescente del tasso di natalità che si colloca sistematicamente al di sotto del valore del Paese. Se analizziamo i diversi indicatori che disegnano la struttura della popolazione emerge un’età media pari a 45,9 anni, tanto da apparire una regione piuttosto anziana anche con riferimento al valore medio dell’Italia».
In rapporto all’andamento dell’occupazione, cosa si evidenzia?
«Se colleghiamo questo dato a quello del mercato del lavoro si evince come tra gli under 35 esistano seri problemi occupazionali, proprio in quella fascia di età che dovrebbe registrare un incremento, a differenza della classe 55-64 anni che invece manifesta tendenze positive, e sempre più concentrate».
Chiaramente, è una situazione che nel medio-lungo periodo avrà effetti disastrosi sulla tenuta del sistema previdenziale e pensionistico...
«I dati che emergono parlano di una perdita di consistenza demografica che in Abruzzo è comune a quella di altre regioni europee, che però si trovano in ritardo di sviluppo e come tali soggette a fenomeni migratori. Lo stesso indice di vecchiaia, che è il rapporto tra la popolazione over 65 e quella che ha meno di 15 anni, ha un valore che in Abruzzo è decisamente elevato, superiore sia all’indice del Mezzogiorno sia dell’Italia. Una circostanza che tende a confermare un preoccupante processo di invecchiamento, sia della popolazione, sia della forza lavoro, che si ripercuote negativamente sulla produttività, la quale che rappresenta il presupposto fondamentale per sostenere la crescita economica della regione. Il fatto preoccupante è che questo indice è destinato a crescere in assenza di adeguate politiche occupazionali e di reddito in grado di stimolare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro».
Giovani che in assenza di prospettive dignitose sono costretti a cercarle altrove...
«Sì, parliamo dell’emigrazione dei giovani laureati e diplomati, un problema questo nei confronti del quale si assiste al più totale disinteresse. A mio avviso questa fuoriuscita di giovani dalla regione è da considerare non una scelta come spesso si sente dire, ma una necessità. Certo, prolungate presenze all’estero arricchiscono la vita del giovane sotto il profilo della conoscenza e della lingua, ma tuttavia si verifica fenomeno impoverimento regione nel caso in cui questa presenza qualificata non dovesse rientrare in regione.
Ci sono le possibilità per invertire questa tendenza?
«La condizione fondamentale è che la regione sia in grado di affrontare le sfide del futuro: digitalizzazione e innovazione. Solo con lo sviluppo e questo cambiamento è possibile facilitare l’inserimento giovani, potenziando i motori di crescita (automotive, agro-alimentare, distretti industriali, ambiente, turismo. Sono questi i settori chiave sui quali puntare per il futuro. La ripresa del credito, a mio avviso, è fondamentale. Se crediamo che il credito sia una leva per lo sviluppo economico, occorre riprendere il rapporto banche-impresa, soprattutto le Pmi, perché in questo clima di cambiamenti sono necessari gli investimenti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

