L’Aquila capitale del perdono e quel saluto “jemo ‘nnanzi”

29 Agosto 2022

L’invito: apritevi agli altri, componete i contrasti con “l’arma” della misericordia Ha indicato la via da percorrere partendo dal dolore conosciuto dalla città

Partiamo da un’immagine: il Pontefice, sofferente, che si solleva a fatica dalla sedia a rotelle e, in piedi, batte per tre volte sulla Porta Santa di Collemaggio spalancandola al mondo. È l’icona di una Chiesa che guarda oltre e fa di Celestino V – che a Collemaggio fu incoronato Papa nel 1294 – non l’uomo del rifiuto o della “viltade” ma il “profeta” che intuì il valore di una «Chiesa libera dalle logiche mondane». Ecco il tema chiave della visita pastorale di Francesco: «Chiesa libera».
Due parole che uniscono il Papa regnante – con un abbraccio spirituale lungo più di 700 anni – al suo predecessore che rimase pochi mesi sulla cattedra di Pietro ma che ha ci ha lasciato in eredità la «forza degli umili». Dall’Aquila, Francesco ha indicato la prospettiva della Chiesa del terzo millennio, la Chiesa del perdono, della pace e della misericordia sganciata dalle lotte di potere e fra poteri che, ai tempi di Celestino V, erano la normalità e non l’eccezione.
Dall’universale al particolare: L’Aquila sia «la Capitale del perdono, della pace e della riconciliazione». Alla città della Perdonanza il Papa affida un compito che va ben al di là di quelle “mura” che finora sono state il limite fisico, economico e persino culturale di un capoluogo legato spesso a logiche semi-feudali. L’invito è chiaro: apritevi agli altri, andate verso chi soffre, componete i contrasti con “l’arma” della misericordia. Francesco ha indicato la via da percorrere partendo dal dolore.
Nel suo saluto ai familiari dei parenti delle vittime ha premesso – parlando a braccio e lasciando per un momento il testo scritto – che lui sa bene che le parole da sole non annullano le sofferenze di chi ha perso tutto. Il Papa ha però ringraziato coloro che, nonostante tutto, in questi anni non hanno perso la Fede e ha sottolineato: “La morte non può spezzare l’amore, la vita non è tolta ma trasformata”.
Riferendosi alla ricostruzione materiale e spirituale ha utilizzato il termine “Insieme”. Da soli, dice Francesco non si va da nessuna parte, solo stando uniti, fuori da contrasti e rivalità, può esserci “una rinascita personale e collettiva”.
Nell’omelia a Collemaggio, andando anche in questo caso oltre il testo scritto, ha raccontato una parabola moderna che ha preso spunto dalla cronaca.
Partendo dalla difficoltà ad atterrare che l’elicottero che lo ha portato all’Aquila ha avuto a causa della nebbia, ha detto che anche quando intorno a noi c’è il buio e tutto sembra perduto ecco comparire uno spiraglio inatteso dal quale ripartire e costruire una vita nuova.
È quello che è accaduto a tanti che quel mattino di 13 anni fa scoprirono che il loro mondo era sparito sotto la furia delle scosse. Eppure anche fra le macerie può spuntare la luce della speranza.
Francesco ha dato agli aquilani una sorta di “patente” di “custodi del dono della misericordia” proprio perché “sapete cosa significa veder crollare ciò che si è costruito”.
C’è un altro passaggio che colpisce, segno che il Pontefice è profondo conoscitore dell’animo umano: “Dalle esperienze tragiche si può imparare la vera umiltà”.
Il Papa non ha mancato di toccare un argomento “sensibile” che riguarda la ricostruzione materiale della città e ha detto: «Le chiese meritano un’attenzione particolare». Un tema caro all’arcivescovo Petrocchi che ha accompagnato Francesco fra i ruderi della cattedrale che aspetta da anni di tornare a essere il fulcro della vita spirituale degli aquilani.
Il Papa ha concluso il suo saluto in piazza Duomo con “jemo ‘nnanzi”.
Quell’andiamo avanti in dialetto aquilano non va però interpretato – a leggere quello che Francesco aveva detto in precedenza – come uno slogan buono per ogni stagione e per ogni occasione ma va inteso come benevola “frustata” a una città che ha bisogno ora come non mai di concretezza, impegno, capacità di risolvere i problemi senza creare ulteriori ostacoli al processo di ricostruzione.
Queste sono solo alcune delle tematiche che il Papa ha posto all’attenzione dell’Aquila e dell’intera comunità dei credenti. Ci vorrà tempo per analizzare a pieno il senso e la forza delle parole di Francesco. Una cosa si può dire fin da ora: la Perdonanza già dal prossimo anno non potrà non tenere conto della strada indicata dal Pontefice.
Il concetto di «Città del perdono, della pace e della riconciliazione» non potrà essere l’ennesima frase da aggiungere sui manifesti o da scrivere su una bella targa all’ingresso della città. Servirà un cambio di marcia anche nel programma dell’evento. Centrale dovrà diventare “l’agenda Francesco”. Quella che è stata scritta a caratteri cubitali nella storica giornata di ieri. Il resto, da adesso in poi, sarà solo rumore di fondo.
Quello che resta e resterà è la figura di un Papa che ha aperto la Porta Santa di Collemaggio all’umanità. Il regalo più bello che potesse fare. Da conservare con cura come quello che Celestino V fece agli aquilani nel 1294 con la Bolla del Perdono.
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