L’epidemia cancella 10 anni di progressi

13 Marzo 2021

L’economista Mauro analizza gli effetti della crisi da Covid: per export e occupazione la flessione c’è, ma non è catastrofica

Qual è la attuale situazione economica dell’Abruzzo? Quali sono le prospettive del suo tessuto produttivo? C’è finalmente la luce in fondo al tunnel? Sono alcune domande che la comunità abruzzese si pone in questi difficilissimi giorni. Al primo interrogativo risponde l’Istat, con la fotografia aggiornata dell’andamento del mercato del lavoro e delle esportazioni nel corso del 2020. Sulle altre domande è difficile poter rispondere con dati precisi. Infatti, la seconda ondata della pandemia ha fortemente condizionato la ripresa che si era manifestata nel terzo trimestre del 2020.
Non solo, ma l’evoluzione del virus in quest’ultimo periodo e l’inasprimento delle misure di contenimento non fanno ben sperare per il primo semestre di quest’anno, che si annuncia meno buono del previsto rinviando nel secondo semestre una possibile robusta ripresa. Molto dipenderà dall’intensità della campagna vaccinale e dalla capacità delle famiglie e delle imprese di riprendere rispettivamente l’attività di consumo e di investimento. Nel frattempo si può affermare che l’epidemia in un solo anno ha cancellato i progressi compiuti in 10 anni in tema di salute e lotta alla povertà, allargando notevolmente l’area del disagio sociale e riducendo la speranza di vita.
EXPORT. Con riferimento all’Abruzzo, un primo elemento di riflessione proviene dagli indicatori sulle esportazioni. La Regione conosce una caduta nel commercio internazionale, ma il dato è largamente inferiore alla media nazionale: -6,2% contro il 9,7% dell’Italia. L’Abruzzo è la quarta regione italiana a registrare la flessione più contenuta.
L’analisi per settori presenta caratteri più articolati, perché si va dal crollo del tessile-abbigliamento (-31,8%) al forte aumento del farmaceutico (+107%) e al calo dei mezzi di trasporto (-11,5%). C’è un aspetto che va sottolineato. Di frequente, nel commentare le esportazioni abruzzesi ci si sofferma giustamente sul ruolo primario svolto dall’automotive, per l’importanza ricoperta in termini di occupati e di presenza internazionale. Tuttavia, si trascura una risorsa tipica della nostra Regione che è quella del comparto alimentari e bevande che ancora continua a crescere in questa tormentata fase (+5,9%), sino a occupare la seconda posizione negli scambi con l’estero. Si tratta di un settore espressione di quel capitalismo famigliare e territoriale, radicato nel territorio con produzioni che primeggiano per qualità e diffusione.
LA STRADA BUONA. I dati appena citati forniscono indicazioni precise per il futuro, perché mostrano la strada da seguire per le prossime misure di politica economica. Le imprese tecnologicamente dotate e che hanno investito nel capitale umano sono state infatti in grado di fronteggiare la crisi resistendo agli impulsi negativi della pandemia.
POSTI DI LAVORO. Anche l’occupazione manifesta una buona tenuta, in media con la situazione nazionale, sia pure con un calo di 9mila unità (- 1,9%). Il blocco dei licenziamenti e una minore presenza del mercato da parte dei giovani, perché scoraggiati contribuiscono a spiegare tale indicatore. Il tasso di disoccupazione diminuisce dalla 11,2% al 9,3% e si allinea alla percentuale nazionale. Ovviamente l’andamento non è uniforme in tutte le province e va da un calo piuttosto marcato nel settore industriale della provincia di Chieti (-10,7%) alla caduta del settore dei servizi delle province di Teramo (-6,7%) e di Pescara (-4,4%). Certo, la crisi ha praticamente coinvolto tutte le categorie sociali, con differenti gradi di intensità, ma non v’è dubbio che le donne, i giovani e i precari sono le figure che hanno maggiormente risentito dell’emergenza pandemica. Se si considera la sola componente femminile il tasso di occupazione è ulteriormente diminuito portandosi al 46,4%, inferiore al già debole valore della media italiana, quest’ultimo ampiamente distante dal corrispondente valore europeo.
Il divario con il tasso di occupazione maschile è davvero enorme, pari a circa 22 punti, mentre il tasso di inattività risulta essere praticamente il doppio. In quest’ultimo anno il 55% dei posti di lavoro perduti riguarda il lavoro femminile. Le donne pagano per la mancanza di servizi che possono alleggerire il carico di cura della famiglia e per una legislazione molto debole sul fronte della conciliazione lavoro-famiglia. Puntare nella nostra Regione sul rafforzamento dell’occupazione femminile non è solo un problema di etica ma rappresenta la condizione indispensabile per arricchire il nostro tessuto produttivo, fare aumentare il PIL e far crescere i posti di lavoro.
IMPRESA FEMMINILE. Ecco perché accanto ai noti temi contenuti nel Next Generation Plan, quali digitalizzazione, infrastrutture e politiche per l’ambiente, un posto centrale dovrà ricoprire la questione femminile. In generale e per il futuro, appare abbastanza oziosa la distinzione tra imprese vitali, imprese sane ma in crisi di liquidità e imprese fuori dal mercato perché decotte, dimenticando che molte piccole imprese stanno facendo salti mortali per non chiudere.
È bene precisare che in questa fase non ci si trova nell’ambito di una normale recessione, ma in qualcosa di più serio e profondo. L’intervento pubblico è quanto mai necessario al fine di evitare un pericoloso ridimensionamento dell’apparato produttivo.
CONVIENE FARLO. Il debito crescente, è vero, comporta dei costi ma al momento i benefici appaiono decisamente maggiori. Alla stessa maniera un contributo fondamentale dovrà pervenire dal sistema creditizio mobilitando le risorse disponibili. In Abruzzo, nell’ottobre 2020, i depositi sono aumentati dell’11,4%, mentre i prestiti nel settembre dello stesso anno sono cresciuti soltanto dello 0,7% (Italia +2,7%). Da un alto abbiamo quindi denaro che giace inoperoso e dall’altro uno scarso stimolo all’economia. Ciò non fa altro che aumentare le difficoltà di famiglie e imprese.
Indubbiamente ciò è dovuto alla necessità delle banche di affrontare la forte recessione ma non si può trascurare un ulteriore motivo, altrettanto convincente, che consiste nella perdita di tutte le banche locali, lasciando al sistema delle Banche di credito cooperativo il compito arduo di assistere la grande platea delle imprese minori. Il problema che oggi si pone è cosa accadrà con la fine del blocco dei licenziamenti e in quali settori, in quali imprese e in quali territori dell’Abruzzo si concentreranno le maggiori difficoltà.
LA REGIONE. Occorrerà pertanto una conoscenza locale della realtà produttiva che solo la Regione sarà in grado di fornire. È l’unico modo per dare credibilità alle attuali proposte. Il punto centrale è questo: se è vero che crescita e lavoro sono i due pilastri su cui costruire il futuro, allora occorrono trasformazioni profonde mettendo in azione idee, risorse e capacità progettuali. Non si può salvaguardare il presente. Basti pensare che nel 2019, quindi prima della pandemia, il PIL in volume dell’Abruzzo era stato pari a -0,3%, il risultato peggiore insieme a quello delle Marche. Ritengo che possa essere utile un “Programma per l’Abruzzo” al fine di individuare le direttrici su cui muoversi nel senso del rafforzamento della capacità competitiva della Regione. Il programma europeo con le sue enormi risorse è parte integrante di questo processo, anche se i suoi obiettivi vanno declinati e articolati. La strada da seguire sembra essere obbligata: aumentare la produttività e l’innovazione per creare nuova occupazione, capitale umano e favorire l’inserimento dei giovani nel tessuto produttivo.