L’INTERVISTA»IL GRANDE ATTORE

FIRENZE. Dopo un primo film crudo e senza concessioni, Rachid Djaïdani ritorna con una realizzazione che mette di fronte Gérard Depardieu e il rapper Sadek. Nel film “Tour de France” il primo è un...
FIRENZE. Dopo un primo film crudo e senza concessioni, Rachid Djaïdani ritorna con una realizzazione che mette di fronte Gérard Depardieu e il rapper Sadek. Nel film “Tour de France” il primo è un vedovo, buon francese, deluso per la conversione del figlio all’Islam e per la sua scelta del rap. Intraprende un viaggio in Francia concepito come un pellegrinaggio, ed è Sadek, un francese arabo e rapper, che gli serve da autista. Questa opera poetica e delicata racconta di una Francia che non si capisce più, che non parla più. Malgrado la brutalità della situazione, la storia termina con un happy end. Questo film, trionfalmente accolto dal pubblico di Firenze domenica sera, ha il merito e il coraggio di rimandarci a ciò che siamo diventati: degli individualisti e degli egoisti che hanno perduto la curiosità di conoscere l’altro. Mostra una società in via di perdizione, ma la fine lascia comunque intravedere un barlume di speranza grazie all’amore per il prossimo.
Da molto non vedevamo Gérard Depardieu divertirsi tanto a evocare un film nel quale recita lui stesso. La prova? Ha accettato di incontrare alcuni giornalisti a condizione di parlare solo del film e alla presenza del giovane e combattivo regista Rachid Djaïdani. Alla domanda perché avesse scelto Gérard Depardieu, Rachid risponde: «Non sei tu che scegli Gérard Depardieu, è lui che sceglie te».
L’attore dice che è la storia che l’ha sedotto: due personaggi differenti che condividono un periplo attraverso la Francia, che imparano a conoscersi, che cercano finalmente di comprendersi e di apprezzarsi, forse di amarsi.
Perché insiste tanto sul concetto di “comprensione”?
«Perché credo che adesso la società francese ignori la sua storia. Nel passato, gli italiani sono venuti a lavorare in Francia e con i francesi sono riusciti a comprendersi. Adesso, non capiamo più quelli che vengono da noi. Questo mi dispiace. La mancanza di comunicazione mi ricorda mio padre che non sapeva né leggere né scrivere, e che, quando perse il lavoro, perse anche l’uso della parola. Non c’era più comunicazione possibile, come in questo film, tra il mio personaggio di francese popolare, un po’ razzista, e quello del rapper. In Francia non ci sono più punti di riferimento e anche niente a cui ci si possa ancorare. Internet ci ha invaso e ha impoverito il linguaggio. La televisione non la smette di ricordare alle persone la loro condizione, parlandogli tutto il giorno della crisi, della disoccupazione e della guerra. Come volete che la persone abbiano ancora voglia di sognare oggi? La paura dell’altro prende piede attraverso l’ignoranza, la mancanza di conoscenza della storia delle reciproche civiltà e culture».
C’è qualcosa che le piace della televisione italiana?
«C’è un grande signore, che ammiro, perché è intelligente e perspicace e osa dire quello che la gente pensa senza dirlo, ed è Maurizio Crozza».
Il razzismo in Francia?
«C’è sempre stato. Ora la Francia è un paese pericoloso col Front National. Molti hanno paura dell’Islam che assimilano per ignoranza agli integralisti; paura del rap che assimilano alla violenza. Io mi ricordo che per imparare le favole di La Fontaine le imparavo “rappando”. Ciò detto, ci sono un sacco di film che parlano di altre culture senza denigrarle. Non come Gomorra, già visto quindicimila volte! Glorificare la mafia non è interessante».
Neanche l’Italia è immune al razzismo.
«La folla è razzista. Allo stadio, ogni volta che un giocatore nero tocca la palla, ci sono tifosi che imitano il verso della scimmia. È grottesco perché i grandi club sono gestiti da stranieri e poi ci sono molti giocatori neri e arabi sui campi di calcio: è gente che ha sofferto. Pensate che Zlatan Ibrahimovic sembri svedese?».
Nel film canta un’incredibile Marsigliese; una scena memorabile.
«Serge Gainsbourg l’aveva fatto in passato interpretandola come reggae. Non si può dire che la parole siano intelligenti».
Vedere Depardieu a Firenze è incontrare un uomo felice.
«La Toscana è una regione meravigliosa. È il paese di Dante e Benigni, e poi c’è la bellezza dei paesaggi».
Lei ha avuto molto. Di che cosa ha ancora voglia?
«Non lo so. Di continuare a viaggiare dappertutto. Ma ci sono momenti in cui mi sento talmente stanco che potrei non risvegliarmi, là, all’altro capo del mondo. Mi domando: cosa farebbero se si ritrovassero con un pacco come me in un Paese straniero? Le autorità francesi mi riporterebbero in Francia, ma siccome non ne ho voglia, bisognerebbe che scrivessi un testamento con la seguente richiesta: là dove muoio, mettetemi in un angolo del cimitero più vicino. Divertente, no?».
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