L'ITALIA E IL FEDERALISMO DELLE MAZZETTE

Mutande e champagne. Eccole qua, bene in vista, le più recenti icone delle spese pazze di assessori e consiglieri regionali del Belpaese. La mappa geopolitica è ricca: l’Abruzzo e la Sardegna berlusconiane, l’Emilia Romagna rossa, il Piemonte verde leghista, il Friuli Venezia Giulia transitato da destra a sinistra. Solo per stare ai casi più recenti. Per non parlare poi dell’indimenticabile Lazio della prezzemolina de’noantri, la sora Renata momentaneamente onorevole Polverini sotto le insegne di Forza Italia.

Comunque vadano a finire le diverse inchieste giudiziarie, lo spreco senza ritegno e l’eccesso di volgarità sono entrati di prepotenza negli ingranaggi del funzionamento dell’elefantiaca macchina delle Regioni italiane. Nelle ore in cui il bistrattato Stato centrale decide di mettere in vendita i gioielli di famiglia – privatizzando quote di aziende pubbliche del valore di Eni e Fincantieri - è giunto il momento di interrogarsi sul regionalismo degli ultimi venti anni. Surrogato del federalismo. Bandiera di Bossi fin quando la Lega ha interpretato la questione settentrionale. Senza mai venirne a capo. Per poi degenerare nella tragicommedia ladrona dei figli e affini del Senatùr. Risultato: mai la Lega ha contato in politica così poco proprio ora che detiene il governo delle tre più importanti regioni del Nord.

«Per troppi anni mettere in dubbio i benefici del regionalismo era proibito. Ora possiamo sfidare questo tabù?» si interroga Luigi La Spina sulla Stampa di ieri. Punto di partenza il “caso Cota”, dal nome del governatore del Piemonte, principale indagato per la faccenda dei rimborsi ai gruppi politici regionali. Ancora più esplicito sul Corriere della Sera il politologo Giovanni Sartori: «Il federalismo di Bossi per fortuna è morto; e potremmo senza danno (lo sussurro e basta) sopprimere le Regioni», ha scritto lo scorso 6 novembre.

Torna alla mente la profezia di Ugo La Malfa, oltre 40 anni fa: le 15 Regioni ordinarie (che si andavano ad aggiungere alle cinque già esistenti a statuto straordinario) percepite come fonte incontrollata di nuova spesa pubblica e di più pervasive clientele. Così è stato. Complice ulteriore la frettolosa riforma del titolo V della Costituzione nel 2001 ispirata dall’ex premier D’Alema: sempre più poteri a Regioni e Comuni. Sempre più centri di potere fuori controllo. A dispetto di un’illusione alimentata dalla Lega, ma non solo evidentemente, secondo cui più si sarebbe avvicinato ai cittadini il luogo della decisione delle spese, maggiore sarebbe stata la vigilanza sui costi. Non è andata così. Esemplare la degenerazione della rete di società controllate proprio dai poteri degli enti locali, cui appartiene l’azienda di trasporto di Genova paralizzata in questi giorni dagli scioperi. Non si conosce con esattezza né il numero delle società né il numero dei dipendenti; incrociando dati diversi - secondo inchieste giornalistiche - si stima in 3.400 le aziende sparse per lo Stivale e in 240mila i dipendenti. Un “socialismo municipale” con un fatturato superiore ai 30 miliardi, ma almeno 10 di perdite. Una voragine di debiti. Discorso ancor più complesso quello sulla sanità: da sola assorbe dall’80 al 90% della spesa corrente di ciascuna regione. E ne condiziona quasi ogni scelta. Se un tempo solo Roma era ladrona ora siamo precipitati dal federalismo fiscale al federalismo della mazzetta. Fino a quando può reggere ancora questo modello?

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