L’ultimo viaggio del boss: Messina Denaro scortato dall’Abruzzo alla Sicilia

Via dall’Aquila dopo 253 giorni, la sepoltura nel cimitero di Castelvetrano Eseguita l’autopsia, il medico D’Ovidio non ha riscontrato alcuna anomalia
L’AQUILA. La sepoltura nel loculo della cappella di famiglia, dov’è suo padre Francesco, già capomafia della provincia di Trapani alla fine degli Ottanta, morto d’infarto durante la latitanza, è avvenuta dopo un viaggio di 1.033 chilometri. L’ultimo viaggio, quello del boss Matteo Messina Denaro, iniziato poco dopo le 19 di ieri dall’obitorio dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila. Nel capoluogo d’Abruzzo il padrino di Cosa nostra c’è rimasto 253 giorni, dal 16 gennaio scorso, data che ha segnato la fine della lunghissima latitanza: prima in una cella al 41-bis nel carcere delle Costarelle, poi dai primi d’agosto nella struttura sanitaria che l’ha accolto in seguito all’aggravamento delle condizioni di salute.
L’AUTOPSIA
La salma di Matteo Messina Denaro è stata riconsegnata ai familiari al termine dell’autopsia disposta dal procuratore dell’Aquila, Stefano Gallo, ed eseguita dal medico legale Cristian D’Ovidio in una sala dell’obitorio del San Salvatore, presidiato per l’intera giornata di ieri, così come avveniva da agosto, da decine di militari e agenti sotto il coordinamento del questore Enrico De Simone. Vicino al boss, fino all’ultimo, solamente la nipote Lorenza Guttadauro, 45 anni, avvocata di Castelvetrano. L’esame autoptico, come si è appreso, non ha rivelato nulla di anomalo. Il boss è deceduto per il tumore al colon da cui era affetto da circa tre anni.
SUPER SCORTA
Per motivi di ordine pubblico, il viaggio dall’Aquila verso la Sicilia è stato blindatissimo. Un comitato permanente con i prefetti di tutte le province interessate dal tragitto ha lavorato per organizzare le staffette di scorta al corteo funebre, con l’impiego di polizia penitenziaria (reparto Gom-Gruppo operativo mobile), polizia di Stato e carabinieri. Staffette che si sono date il cambio lungo l’autostrada (come per i pullman degli ultrà del calcio). La ditta aquilana Pacini era in contatto già da giorni con i colleghi dell’agenzia funebre di Edoardo Vaiana, a Castelvetrano. Sono stati questi ultimi infatti a inviare il carro dalla Sicilia per caricare la bara in frassino.
FUNERALE VIETATO
La questura di Trapani ha vietato i funerali pubblici e ha dettato regole stringenti sulla cerimonia. In un camposanto blindato già da ore, pochi familiari hanno potuto assistere alla tumulazione: certamente le sorelle Giovanna e Bice, il fratello Giovanni e la figlia da poco riconosciuta Lorenza, daranno l’ultimo saluto al boss. Al di là delle volontà espresse da Messina Denaro in un vecchio pizzino, non ci sarebbe comunque stato alcun funerale religioso. Perché la Chiesa li vieta per i mafiosi, una posizione ribadita con nettezza dal vescovo di Mazara del Vallo, Angelo Giurdanella. «In questo momento, come Chiesa, stiamo dalla parte delle vittime», ha detto, «stiamo dalla parte della giustizia, perché le persone che hanno subìto ogni forma di violenza, fatta di morte, possano sentirsi accompagnate da processi urgenti che la società civile, le forze dell’ordine, la magistratura, ma anche la comunità scolastica ed ecclesiastica, deve avviare; per liberare questo territorio dalla cultura della sopraffazione, della prepotenza, della logica del più forte». Parole che fanno calare il sipario sulla vita dell'ultimo grande latitante di Cosa nostra che all’Aquila, da prigioniero dello Stato, ha trascorso gli ultimi otto mesi della sua feroce esistenza.
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