La droga e il cartello dei prezzi: ritorsioni a chi non sta alle regole

15 Aprile 2023

PESCARA. «La coesione del gruppo è tale che risulta quasi del tutto sottratto al controllo di legalità dello Stato, un pezzo di territorio, il Ferro di Cavallo». Scrive così il gip aquilano Marco...

PESCARA. «La coesione del gruppo è tale che risulta quasi del tutto sottratto al controllo di legalità dello Stato, un pezzo di territorio, il Ferro di Cavallo». Scrive così il gip aquilano Marco Billi che ha firmato le venti ordinanze di custodia per la mafia dei rom che ha sempre avuto il suo quartier generale a Rancitelli, fulcro dello spaccio di droga. E per la prima volta viene contestato anche il reato di associazione mafiosa.
«La carica di intimidazione, che prescinde dalla pur elevata caratura criminale di alcuni singoli, risultando connessa alla forza del sodalizio unitariamente inteso», scrive il giudice, «è tale che chiunque ha un contrasto con un membro di una delle famiglie oggetto di indagine, ha la totale consapevolezza di doversi necessariamente confrontare anche con tutte le altre».
Le famiglie di cui parlano le carte del processo sono quelle degli Spinelli, Di Pietrantonio, Papaccioli, che operano nel quartiere fortino della droga. «Altro aspetto sintomatico», aggiunge il gip, «risulta la creazione di un cartello tra le varie famiglie per calmierare i prezzi dello stupefacente. L’agire comune e condiviso, lo scambio di clienti, le forniture reciproche in caso di insufficienza delle scorte di stupefacenti a fronte del flusso continuo di clienti, l'utilizzo di “vedette” comuni, l'aggressione a chi decida arbitrariamente di praticare prezzi più bassi degli altri e la determinazione di un prezziario unico per tutto il territorio di riferimento (e di sanzioni per i trasgressori), rende ancor più chiara la natura mafiosa dell’organizzazione in esame».
I reati contestati sono numerosi: oltre lo spaccio, estorsioni, violenza privata, lesioni, utilizzo di cellulari in carcere, minacce, e tanti ancora contenuti in 35 pagine di capi di imputazione stilati dal pm Stefano Gallo della Distrettuale antimafia, grazie al lavoro dei carabinieri di Pescara che hanno raccolto elementi preziosi nelle migliaia di pagine della loro informativa, e che riguardano in particolare il «capo indiscusso» Valentino Spinelli, suo padre Guerino, la moglie Erminia Papaccioli e gli altri.
«Il sodalizio in esame, peraltro, ha una divisione dei compiti al suo interno, annoverando chi procaccia lo stupefacente, chi lo custodisce in un luogo sicuro, chi lo trasporta, chi controlla che non arrivino le forze dell'ordine, chi controlla il territorio e che si occupa delle sanzioni da irrogare e delle ritorsioni. L’utilizzo degli alloggi popolari», spiega poi il gip, «appare essenziale per le dinamiche criminali del sodalizio. Si tratta di alloggi occupati abusivamente e sistemati in modo strategico per consentire agli indagati di spacciare in relativa tranquillità, individuando con sufficiente anticipo l’arrivo di controlli e agli acquirenti di assumere la sostanza sul posto. La reazione del sodalizio in caso di sfratti o sgomberi è immediata e radicale. Gli alloggi, nonostante vengano murati al momento dello sgombero, dopo poche ore sono di nuovo occupati dai medesimi soggetti». E il giudice ribadisce nella misura tutti gli elementi che portano alla contestazione dell'associazione mafiosa. «Non siamo al cospetto di una così detta mafia silente, ma di una mafia autoctona che si avvale sistematicamente della forza intimidatrice del vincolo associativo per ingenerare un clima di totale omertà e di assoluto assoggettamento, strumentale per la commissione sistematica di una serie di delitti, nella maggior parte dei casi di spaccio di stupefacenti». (m.cir.)