La mappa dei 16 ospedali finita sotto esame a Roma

6 Dicembre 2022

Dal punto nascita di Sulmona ai presidii di Penne, Atessa, Ortona e Giulianova

PESCARA. È un dossier di 72 pagine quello inviato a Roma dall’assessorato regionale alla Sanità.
Riformula, lima e cesella la rete degli ospedali con l’obiettivo di ottenere il via libera dal Tavolo di monitoraggio che potrebbe essere convocato anche per domani. Dal documento che pubblichiamo dipenderà il futuro delle sanità abruzzese. Una scommessa che questa volta, dopo una serie di bocciature, potrebbe andare in porto.
I PRIMI OTTO OSPEDALI.
Il lungo documento, messo a punto dall’Agenzia sanitaria regionale, traccia un quadro completo e allo stesso tempo complesso della dislocazione e le funzioni di 16 ospedali.
Per alcuni di questi, l’Abruzzo chiede di procedere in deroga al “Decreto Lorenzin” che, a partire dal 2015, imposta standard sanitari e tagli che però, come nel caso della nostra regione, risultano molto penalizzanti o non realizzabili. Con questa premessa, il dossier prevede innanzitutto un livellamento a Dea di I livello di otto ospedali: San Salvatore dell’Aquila, SS. Filippo e Nicola di Avezzano, Dell’Annunziata di Sulmona, SS. Annunziata di Chieti, Renzetti di Lanciano, San Pio da Pietrelcina di Vasto, Santo Spirito di Pescara e Mazzini di Teramo.
IL BALZO DI LIVELLO.
Per quattro di questi presidii però c’è un inevitabile salto di qualità: «Nella regione Abruzzo», si legge nel documento, «attualmente le discipline di alta specialità non sono allocate nella loro totalità nella struttura fisica di un unico presidio. Pertanto, al fine di garantire le necessità assistenziali previste dai Lea (Livelli essenziali di assistenza, ndr), vengono individuati i seguenti presidi ospedalieri con funzioni di Hub per le reti tempo-dipendenti di Dea di II livello: San Salvatore dell’Aquila per le reti Stroke (ictus) e Politrauma/Trauma maggiore; il SS. Annunziata di Chieti per la rete Emergenze Cardiologiche; lo Spirito Santo di Pescara, per Stroke e Politrauma/Trauma maggiore; il Mazzini di Teramo per le Emergenze Cardiologiche».
GLI ALTRI OTTO PRESIDII.
Il quadro si completa con altri sei ospedali di base: Ortona, Popoli, Penne, Atri, Giulianova e Sant’Omero. Ai quali si aggiungono due presidii in zone particolarmente disagiate dotati di pronto soccorso: Atessa e Castel di Sangro.
Per ciò che riguarda il primo dei due, nel dossier si leggono i motivi dell’opportunità di tale scelta: «Ha un bacino di utenza composto da 31 Comuni in cui risiedono circa 49.000 abitanti». Mentre per entrambi viene sottolineato che sono «situati in aree geograficamente e meteorologicamente disagiate, se non addirittura ostili, in ambiente montano o premontano, con collegamenti stradali critici, soprattutto in termini di percorribilità, come ampiamente rappresentato nel capitolo».
I PRONTO SOCCORSO.
Il documento elenca poi gli ospedali per i quali è necessaria la presenza del pronto soccorso: SS. Trinità di Popoli, San Massimo di Penne, Bernabeo di Ortona, Maria SS.ma dello Splendore di Giulianova, San Liberatore di Atri, Val Vibrata di Sant'Omero, Castel di Sangro e Atessa.
IL FOCUS SU ORTONA E PENNE.
Per quanto riguarda in particolare il pronto soccorso di Ortona, la Regione spiega che: «Da un’analisi dei flussi riferiti al periodo 2017-2019 si evidenzia un aumento progressivo del numero degli accessi, passati da 14.986 a 16.106. La disattivazione del pronto soccorso comporterebbe il trasferimento dei pazienti a Chieti. Risulta evidente che questo non solo aggraverebbe il sovraffollamento del pronto soccorso teatino ma non consentirebbe al policlinico teatino, già in sofferenza, di garantire un'offerta di posti letto in grado di coprire anche il fabbisogno attualmente soddisfatto ad Ortona».
Per lo stesso motivo «la disattivazione del pronto soccorso del presidio di Penne (con un bacino di riferimento di 14 comuni e 42mila abitanti, oltre che 12.706 accessi riferiti al 2019», si legge nel dossier, «comporterebbe il trasferimento dei pazienti al allo Spirito Santo di Pescara».
IL PRIMO GRADINO.
Attenendosi al Decreto Lorenzin, la Regione inquadra come semplici ospedali di comunità i presidii di Gissi, Casoli, Pescina, Tagliacozzo e Guardiagrele. Un ospedale di comunità si limita a svolgere una funzione intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero. Nel documento inviato a Roma si legge infatti che si tratta di «una struttura territoriale di ricovero breve rivolta a pazienti che, a seguito di un episodio acuto o per la riacutizzazione di patologie croniche, necessitano di interventi sanitari a bassa intensità clinica potenzialmente erogabili a domicilio, ma che vengono ricoverati in queste strutture in mancanza di idoneità del domicilio stesso (strutturale e/o familiare) e necessitano di assistenza/sorveglianza sanitaria infermieristica continuativa, anche notturna, non erogabile a domicilio».
Ma nel caso di Guardiagrele è prevista una deroga, nel senso di promozione: «La programmazione regionale dispone la riconversione di Guardiagrele in presidio di Chieti, con una dotazione di 10 posti letto per le acuzie (di cui 5 in Medicina e 5 in Geriatria), 8 posti letto per la lungodegenza e di un servizio di Psichiatria».
IL FOCUS SU POPOLI.
La Regione propone un deroga anche per il SS. Trinità: «L’ospedale di Popoli», scrive, «ha un bacino di riferimento composto da 35 comuni in cui risiedono circa 31.000 abitanti. Inoltre, bisogna considerare che Pescara non sarebbe in grado di assorbire l’ulteriore domanda di ricovero generata dai circa 14.000 pazienti del pronto soccorso di Popoli. I dati analizzati fanno ritenere, a supporto dell’aggiornamento della programmazione regionale, l’utilità di governare il riorientamento dei processi organizzativi ampliando l’area clinico assistenziale e, nel contempo, implementare le attività territoriali per le patologie a bassa gravità».
LA SOLUZIONE PER SULMONA.
Il punto nascita di Sulmona può essere mantenuto. Così si legge, infine, nel dossier.
L’analisi della Regione prende in considerazione tutti i comuni di residenza delle gestanti che hanno partorito nel presidio ospedaliero durante il triennio 2017-2019 (254, 237 e 205), provenienti da ben 73 diversi comuni. «L’eventuale chiusura del punto nascita comporterebbe il trasferimento della presa in carico delle gestanti e dei parti in punti nascite alternativi con la conseguenza di 175.210 km in più percorsi annualmente che causerebbero un aumento del numero di infortuni (inclusi quelli mortali) pari a 1,6/anno». Ma la Regione, per scongiurare la bocciatura, «si riserva di esprimersi con un provvedimento definitivo, entro 24 mesi dall’attuazione del documento di programmazione».
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