«La megadiscarica dei rifiuti non è mai esistita»

19 Dicembre 2014

CHIETI. «La “megadiscarica di rifiuti tossici” non è mai esistita e non esiste. Non corrisponde al vero il dato riportato dall’accusa secondo cui nella discarica Tre Monti sarebbero confluite 250.000...

CHIETI. «La “megadiscarica di rifiuti tossici” non è mai esistita e non esiste. Non corrisponde al vero il dato riportato dall’accusa secondo cui nella discarica Tre Monti sarebbero confluite 250.000 tonnellate di rifiuti dai primi anni Sessanta e “almeno fino al 1972” . Dai documenti emerge invero come la pratica dello smaltimento dei “pesanti” sia stato un fenomeno circoscritto, durato appena sei mesi, e sia avvenuta nella piena consapevolezza della pubblica autorità». L’accusa del processo di Bussi è stata «una colossale invenzione» per gli avvocati dei 19 imputati – ex vertici e amministratori della Montedison – che hanno depositato circa 2 mila pagine di memorie per smontare l’accusa di avvelenamento e di disastro doloso. Una pletora di avvocati di grido provenienti da tutta Italia – per il foro di Pescara ci sono Augusto La Morgia e Tommaso Marchese – sono arrivati a Chieti in questi mesi per demolire l’accusa, per instillare il dubbio nei giudici popolari e togati e per offrire la loro visione: i vertici della Montedison non hanno fatto nulla. Ecco perché per Carlo Sassi, per l’ex ministro Paola Severino e per il professor Tullio Padovani i 19 imputati devono essere scagionaati.

«La discarica non è mai esistita». Non solo non ci sono stati avvelenamento e dolo ma la megadiscarica dei veleni non è mai esistita. «Quanto alla discarica Tre Monti si è ripetuto all’infinito che nessuno degli imputati ha mai avuto contezza neppure della sua esistenza», ha detto l’avvocato milanese Sassi raccontando ai giudici che, ad esempio, «agli atti, non vi è un solo documento idoneo a rappresentare un indice da cui ricavare una spregiudicata volontà di voler provocare un macroscopico evento ambientale, potenzialmente pericoloso per la popolazione della Val Pescara». L’arco temporale dell’inchiesta, l’assenza di normativa, il capo d’imputazione definito «vuoto» e gli imputati «ostaggi della procura». C’è anche questo nelle difese degli imputati, i 19 ex vertici della Montedison a cui, come dice Sassi, «può essere attribuita alcuna responsabilità per un fatto risalente al 1972, che si perde nella memoria delle generazioni successive, anche perché nessuna normativa si è mai interessata delle discariche dismesse». Ci sono tante «stranezze» nel processo di Bussi dice l’avvocato che ricorda, ad esempio, «che l’accusa formula un’imputazione che si snoda nell’arco di un tempo lunghissimo, quasi 40 di condotte delittuose. Ma il fatto non si consuma all’interno di questo sterminato arco temporale ma successivamente, al di fuori di esso, quando gli imputati avevano già tutti lasciato lo stabilimento di Bussi. Di converso», prosegue, «chi ha gestito nel corso degli anni in cui il fatto si è consumato è oggi nel processo quale parte civile».

«Gli imputati ostaggi e capri espiatori» Li chiama «vecchietti» l’avvocato Padovani i 19 finiti alla sbarra e molti dei quali oggi ottantenni. «Vecchietti che debbono essere condannati perché scattino meccanismi successivi», dice il professor Padovani. «Tecnicamente sono ostaggi processuali perché servono ad agganciare la responsabilità di Edison: ecco perché per gli ostaggi bisogna pagare il riscatto».

«Non è cercando capri espiatori che si tutela il bene dell’ambiente», dice invece l’ex ministro Severino che si è soffermata a lungo sull’assenza del dolo. «Bene al quale noi tutti teniamo e che tutti dobbiamo tutelare, ma che si tutela chiedendo che tutte quelle imprese e lo stesso Stato intervengano, visto che per decenni ci sono state zone che hanno subìto le conseguenze di un'attività industriale». (p. au.)

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