La penna di Matteotti diventa un simbolo

Da Pescara a Rovigo per la mostra del centenario, venne donata al suo avvocato Magno di Orsogna
CHIETI. «Questa è la penna con cui Giacomo Matteotti firmava gli atti parlamentari e che Velia Titta Matteotti volle donare al giovane avvocato che accettò di giocarsi la carriera - e forse anche la salute - a fronte di un sicuro insuccesso nel processo contro Mussolini che si tenne nella "città della camomilla" che era la Chieti degli anni '20 dello scorso secolo. La difesa fu a titolo gratuito, come l'amicizia comporta. Per lui questa penna fu una reliquia laica: fino alla fine, quando la mostrava a qualcuno gli occhi si inumidivano». Così scrive Marina Campana, nuora dell’avvocato Pasquale Galliano Magno.
«Porterò personalmente la penna all'inaugurazione delle manifestazioni per il centenario dell'assassino del martire socialista», aggiunge.
Quel simbolo laico che lega tra di loro personaggi e luoghi entrati nella storia d’Italia sarà esposto, fino a questa sera, a Palazzo Roncale di Rovigo. È una penna stilografica che, per il viaggio, è stata assicurata con una polizza di 10mila euro. Da domani tornerà a Pescara nell’archivio privato Galliano Magno. Lo scopo della mostra è quello di promuovere la conoscenza della società italiana dell’epoca e delle dinamiche che portarono all’instaurarsi della dittatura fascista. Ma vuole anche sottolineare il lato umano di Matteotti. A partire dai suoi legami più profondi, come l’amicizia con avvocato abruzzese. Convinto antifascista e oppositore del regime, Galliano Magno fu primo cittadino di Orsogna, suo paese di nascita: il sindaco più giovane d'Italia, in quel tempo. Ma l'attività amministrativa durò poco a causa del movimento fascista che ebbe il sopravvento contro i socialisti, con minacce e ritorsioni. Magno fu costretto a dimettersi e a vivere da esiliato. Esercitò la professione prima a Chieti e poi a Pescara. E partecipò come avvocato della signora Velia Titta, vedova di Matteotti, barbaramente ucciso da un gruppo di fascisti, al primo processo per l'accertamento delle responsabilità nell'assassinio del marito. L'istruttoria iniziò nel 1924 a Roma ma il giudizio fu rimesso dalla Cassazione alla Corte d'Assise di Chieti, con la motivazione della sussistenza di gravi motivi di pubblica sicurezza. Il dibattimento si svolse nel 1926. Velia Titta si vide però costretta, per le angherie subite e lo spirito poliziesco che aleggiava nel processo, a incaricare Magno di ritirare la costituzione di parte civile. La sentenza-beffa, è storia purtroppo nota. Che una penna stilografica ci aiuta a non dimenticare. (l.c.)

