La Pescara del Dopoguerra innamorata del suo Casinò

5 Agosto 2018

Inaugurato il 15 giugno del 1946 in piazza Primo Maggio, nel teatro Pomponi  Ma il giorno dopo, la questura lo chiuse tra tafferugli e proteste dei pescaresi 

PESCARA. Un Casinò municipale nel teatro Pomponi. L’inaugurazione ci fu il 15 giugno 1946. Ma l’attività di gioco durò solo un giorno. Anzi, una sola notte, con i locali fumosi che immaginiamo affollati da signorotti eleganti e signore ingioiellate. Un guadagno per le casse municipali, in società con i privati, di oltre 80mila lire. Un sogno durato lo spazio di una serata. Lo raccontano documenti storici conservati nell’Archivio di Stato che il Centro ha visionato.
Il 16 giugno di 72 anni fa, le autorità locali intervennero per mettere la parola fine al desiderio dei pescaresi e dell’amministrazione comunale dell’epoca, guidata dal sindaco Italo Giovannucci, di aprire una «sala da giuoco», per risollevare le sorti della città nel periodo del Dopoguerra.
Nella città dei 1500 giocatori patologici (secondo il Ser.D della Asl), dei promotori di progetti di Casinò da realizzare sul territorio (Stella Maris di Montesilvano), di fiches del Casinò da 100 a 1000 lire che circolano in rete, dall’Archivio di Stato, all’Aurum, spunta una documentazione che descrive minuziosamente come Pescara fosse riuscita ad avere un Casinò municipale nel luogo dove un tempo c’era il Pomponi e oggi la chiesa San Pietro apostolo.
Il provvedimento di chiusura della sala giochi, identificata nei carteggi (fascicolo 12, busta 1695) all’indirizzo dell’ex circolo Pomponi, scatenò vivaci «proteste», come riportano i giornali del tempo, da parte dei pescaresi che nel progetto vedevano anche un futuro lavorativo.
Tutto ebbe inizio quando nei primi mesi del 1946 al Comune di Pescara cominciarono ad arrivare «domande di autorizzazione ad aprire una casa da giuoco» da parte di privati, provenienti anche da Lombardia e Lazio. Vinse l’appalto la Saista (Società artistica italiana spettacoli teatrali e affini) di Milano che presentò all’amministrazione una protesta allettante: la gestione del Casinò al 50 per cento e l’organizzazione di «manifestazioni artistiche, turistiche e sportive». Il consiglio comunale si riunì per deliberare. Tra favorevoli e contrari, vinse la linea del sindaco Giovannucci, che il 6 maggio 1946, nella copia di deliberazione numero 377, spingeva il progetto in consiglio sulla base della riflessione che la proposta dei privati era «da prendere in considerazione» perché avrebbe potuto «costituire entrate tali da permettere di far fronte alle spese per la riattivazione dei servizi pubblici e la ricostruzione della città». Pertanto, si riservò di «chiedere al ministro dell’Interno l’autorizzazione a istituire una casa da gioco ove fosse permesso il gioco d’azzardo».
Il 17 maggio, il Comune, con la nota 14671, informò i rappresentanti della Saista ( in seguito Società Incremento turistico pescarese) Franco Gaetano e Guglielmo Pagliaricci, che era la «società prescelta» per aprire la struttura ricreativa. Il 18 maggio dal Comune partirono le lettere indirizzate alle ditte respinte. Il 22 maggio il prefetto Volpe scrisse al sindaco che gli Interni «non consentivano per alcun motivo» l’apertura della casa da gioco. Però, gli ordini ministeriali furono del tutto disattesi e fu fissata la data dell’inaugurazione: 15 giugno 1946. Un sabato. Lo si evince da una lettera, firmata da tal Giorgio Rimondini da Roma, il quale con toni perentori scrisse al Comune: «Vengo informato dalla federazione pescarese dell’Associazione nazionale reduci che sabato 15 dovrebbe avere luogo l’inaugurazione del Casinò municipale nei locali dell’ex circolo Pomponi. Se ciò avverrà sarà mia cura presentare una protesta al ministero degli Interni, per conto dell’associazione reduci». Sodalizio che l’anno successivo, 1947, promosse una lotteria per ripristinare la Coppa Acerbo e, a capo del comitato, fu posto come figura onorifica il senatore Umberto Terracini.
Il 16 giugno 1946, la sorpresa. La società Incremento comunicò, con una missiva al Comune, che «alle 10 di stamani nella nostra sede di Pescara, piazza Bruno Buozzi, un funzionario della locale questura ci ha diffidati a sospendere l’attività». Con la preghiera di «intervenire presso le autorità competenti per la revoca del provvedimento». Due giorni dopo, il 18 giugno, i vertici della stessa società inviarono una lettera al sindaco (protocollo numero 19068) nella quale dichiararono «smessa l’attività» e rimisero «acclusa alla presente, assegno bancario di lire 80mila 997 lire, importo del 57 % dovuto a codesto Comune sui proventi del gioco della sera del 15 corrente mese». La città insorse. Il Messaggero del 18 giugno titolò: «Proteste a Pescara per la chiusura del Casinò municipale». E rivelò che sarebbe stato «un consigliere comunale (non viene indicato il nome), con un telegramma, a provocare la chiusura al secondo giorno di vita, determinando vivo risentimento e stupore tra la popolazione». Il Giornale d’Italia del 21 giugno 1946, titolò che «il Casinò di Pescara è l’argomento dei discorsi del giorno». Con la citazione dei tafferugli avvenuti «in un caffè dove si sono avuti incidenti a catena».
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