LA POLITICA ENERGETICA OSCURATA
di ANDREA SARUBBI In assenza di elezioni politiche per un altro anno almeno, se non per due, l’Italia sembra attratta da una voglia irrefrenabile di pesarsi tra renziani e antirenziani. Così potrebbe...
di ANDREA SARUBBI
In assenza di elezioni politiche per un altro anno almeno, se non per due, l’Italia sembra attratta da una voglia irrefrenabile di pesarsi tra renziani e antirenziani. Così potrebbe avvenire nei ballottaggi delle amministrative, così sarà certamente nel referendum costituzionale di ottobre e così, alla fine, è stato anche ieri, una calda domenica primaverile che ha portato al voto più generali che truppe: mai un momento vero e proprio di #battiquorum in tutta la giornata, come invece si ipotizzava sui social network, ma piuttosto una photogallery di selfie dal seggio da parte di esponenti politici dalle idee poco compatibili tra loro.
L’accusa mossa a Renzi dalle varie opposizioni, prima e durante il voto, è stata quella di aver «voluto dare un significato politico all’astensionismo». La mazzata vera, in realtà, il capo del governo l’ha data alla fine, a urne appena chiuse: un monologo contro tutti coloro - a cominciare da Michele Emiliano, governatore della Puglia e suo avversario nel Pd - che hanno «voluto cavalcare un referendum per esigenze personali», alimentando «la vecchia tiritera della battaglia ideologica e politica». Più che rivendicare una vittoria, insomma, Renzi ha preferito ridicolizzare gli sconfitti, che in questa campagna elettorale lo avevano attaccato duramente da posizioni diverse.
Anche durante la giornata di ieri, gli appelli al voto accomunavano politici di ogni estrazione: leghisti e Cinquestelle, fuoriusciti dal Pd e possibili avversari del segretario al prossimo congresso, sinistre ambientaliste e berlusconiani di ferro: anche chi era totalmente contrario al quesito referendario, come Brunetta, spiegava infatti che «la partecipazione è fondamentale per mandare Matteo Renzi a casa». E i renziani di giro stretto, da parte loro, ringraziavano commossi per il favore: ai primi risultati sull’affluenza, che davano già il quorum in forte dubbio, il deputato fiorentino Ernesto Carbone coniava un hashtag di dubbio gusto istituzionale, #ciaone, per sfottere il resto del mondo. Noi e voi, appunto, come se gli ultimi 22 anni fossero passati invano.
La grande battaglia tra renziani e antirenziani sembra infatti la versione aggiornata di quella tra berlusconiani e antiberlusconiani, con il risultato di tradurre in un plebiscito pro o contro le persone anche temi che, invece, richiederebbero analisi approfondite. Sul referendum di ieri, ad esempio, il grande assente è stato il dibattito sulla politica energetica del Paese e sul rapporto con le multinazionali che investono in Italia: era infatti la durata delle concessioni di giacimenti - per un periodo di tempo limitato o per sempre? - il centro della questione, ma ognuna delle parti politiche ha ritenuto necessario arricchirlo di un significato supplementare.
Gli ambientalisti ci hanno messo dentro la battaglia contro le energie fossili, i Cinquestelle quella contro il governo dei poteri forti, Emiliano quella per l’economia del mare e il turismo nel sud, l’intero centrodestra - compreso lo stesso Passera che, da ministro dello Sviluppo economico, ai petrolieri aveva lasciato le mani piuttosto libere - quella sulla mobilitazione popolare in risposta al renzismo dilagante.
È vero che la natura del referendum abrogativo tende, in sé, a riunire dei no piuttosto eterogenei tra loro, e che per opporsi a qualcosa - o a qualcuno - non è necessario essere d’accordo su tutto il resto: se anche il quorum avesse superato il 50 per cento, quindi, ciò non avrebbe avuto un grande significato per il futuro dell’Italia, vista la presenza di opposizioni così divise e distanti.
Allo stesso tempo, però, è scorretta anche l’operazione contraria: non si possono sommare mele (chi non va a votare mai), pere (chi si è astenuto per l’occasione) e banane (chi ha votato no) per poi tradurre il risultato in un apprezzamento per la norma esistente o, addirittura, per la linea politica della maggioranza che l’ha votata. Ma questo, nella politica italiana, sembra un concetto particolarmente difficile da capire.
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