La procura chiede 151 anni

Alle 17 la decisione per i trenta imputati: la perizia sulla valanga è determinante
PESCARA. Il giorno della verità è arrivato. Oggi, intorno alle 17, in una cornice di massima sicurezza, il giudice per le indagini preliminari, Gianluca Sarandrea, leggerà nella maxi aula del tribunale di Pescara il dispositivo che deciderà le sorti dei 30 imputati (29 persone fisiche e una giuridica, la società Gran Sasso Resort) finiti sotto processo per il disastro dell'hotel di Farindola, distrutto da una valanga che il 18 gennaio del 2017 travolse tutto e tutti e fece 29 morti.
I TEMPI.
Una decisione di primo grado che arriva in tempi relativamente veloci, considerata la complessità del procedimento, a sei anni dalla disgrazia che ha gettato nello sconforto le famiglie delle vittime e quelle degli 11 sopravvissuti, con tutte le ferite che una esperienza del genere può portarsi dietro, e dopo 2 anni e mezzo dall'inizio della fase preliminare, con ritardi dovuti alla pandemia da Covid.
LE DUE VERITÀ.
Si parla, naturalmente, di una verità processuale, che è cosa ben diversa dalla verità in senso assoluto: di quello che può essere accertato "al di là di ogni ragionevole dubbio". E questo è importante perché la sentenza, peraltro con il rito abbreviato (che prevede la riduzione di un terzo della pena), potrebbe anche riservare sorprese proprio sotto questo aspetto, con poche condanne e molte assoluzioni.
L’ACCUSA.
La procura di Pescara, rappresentata in aula dal procuratore Giuseppe Bellelli e dai sostituti Andrea Papalia e Anna Benigni, ha tirato dentro questa complessa e tragica vicenda giudiziaria ben 30 imputati: rappresentanti a vario titolo della Regione, della Provincia e della Prefettura di Pescara, del Comune di Farindola, tecnici e anche gestore e proprietà della struttura. Ed ha concluso chiedendo ben 26 condanne per un totale di 151 anni e mezzo di reclusione e solo quattro assoluzioni.
Le accuse, relative ai quattro filoni dell'inchiesta (depistaggio, realizzazione del resort, mancata realizzazione della Carta valanghe e gestione dell'emergenza prima e dopo la tragedia), sono disastro colposo, omicidio plurimo colposo, lesioni multiple colpose, falso e infine abusi edilizi, contestate a vario titolo agli imputati.
IL DUBBIO.
La discussione che ha fatto seguito alla lunga e articolata requisitoria della pubblica accusa, ha consegnato all'attenzione del giudice una serie di argomentazioni difensive più o meno valide, ma che comunque potrebbero portare in superficie un aspetto giuridico di non poco conto: il ragionevole dubbio, in base al quale non può venire pronunciata una condanna. E questo riguarda in particolare uno dei temi centrali del processo: il rapporto tra il terremoto e la valanga e dunque la prevedibilità o meno dell'evento.
E visto che la consulenza della pubblica accusa evidenziava che il terremoto non avrebbe avuto alcuna incidenza sulla valanga e quella dei difensori il contrario, il giudice ha fatto un passo indispensabile per dirimere la questione: affidare una perizia a esperti di propria fiducia.
IL PUNTO CHIAVE.
Questo atto, in sostanza, non ha escluso il rapporto sisma-valanga, anche se la valanga arrivò in ritardo rispetto alle scosse. A questa perizia che il giudice dovrà comunque attenersi anche perché stilata da professionisti del Politecnico di Milano e con una notevole esperienza in materia. Passiamo quindi all’aspetto messo in rilievo dalle difese.
LA DIFESA.
Gli avvocati dei 30 imputati, in sei udienze, hanno cercato di smontare le tesi dell’accusa che hanno evidenziato molteplici responsabilità addebitabili agli enti coinvolti ed ai suoi rappresentanti, colpevoli, secondo la procura, di «aver dato vita ad una concatenazione di errori ed omissioni». Ma le difese hanno fatto leva sulla imprevedibilità della valanga che, in qualche modo, si lega al cosiddetto “giudizio controfattuale”. E cioè, se gli imputati, ognuno per quanto di propria competenza, avessero compiuto ogni atto necessario e contestato, avrebbero potuto evitare la valanga?
IL GIUDICE.
Una decisione, quella di oggi, che ricade tutta sulle spalle di un solo uomo, Gianluca Sarandrea, giudice dotato di esperienza che ha guidato questa barca con a bordo ben 250 persone (tra imputati, collegio difensivo, parti civili e parti offese) con professionalità e fermezza. E oggi pomeriggio tirerà le somme.
TUTTE LE RICHIESTE.
Queste le richieste di condanna della pubblica accusa. Per l'ex prefetto Francesco Provolo, 12 anni cumulando il disastro al depistaggio; il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta e il dirigente dell'Ente, Enrico Colangeli, 11 anni e 4 mesi ciascuno; 10 anni a testa per il dirigente della Provincia, Paolo D'Incecco, e per il funzionario Mauro Di Blasio; 9 anni alla dirigente della prefettura Ida De Cesaris; 8 anni per il prefettizio Leonardo Bianco, 7 anni per il regionale Vincenzo Antenucci; 6 anni e 8 mesi per il gestore dell'hotel, Bruno Di Tommaso; 6 anni ciascuno per l'ex presidente della Provincia, Antonio Di Marco e per gli ex sindaci Massimiliano Giancaterino e Antonello De Vico; 5 anni per i dirigenti regionali Carlo Giovani, Carlo Visca, Emidio Primavera, Pierluigi Caputi e Sabatino Belmaggio; 4 anni per il comandante della polizia provinciale, Giulio Honorati; 3 anni per il tecnico Tino Chiappino; 2 anni e 8 mesi per i prefettizi Giulia Pontrandolfo, Giancarlo Verzella e Daniela Acquaviva; 2 anni e 6 mesi per il tecnico Andrea Marrone; 1 anno per l'altro tecnico Giuseppe Gatto; assoluzione per i due vice prefetti, Sergio Mazzia e Salvatore Angieri, per il dirigente regionale, Antonio Sorgi, e per Paolo Del Rosso della Gran Sasso; sanzione pecuniaria di 200 mila euro per la società Gran Sasso Resort.

