La protesta dei senegalesi «Adesso fateci lavorare»

Gli ambulanti davanti al Comune: basta promesse, vogliamo il mercato etnico
PESCARA. «Se ci togli il lavoro non c’è più dignità. E se poi ci togli la casa dove abitiamo allora ci hai levato proprio la vita». Scrolla la testa Cheikh, di origini senegalesi ma da vent’anni in pianta stabile a Pescara, con moglie italiana e tre figli.
È uno dei circa cento immigrati che ieri mattina sono scesi in piazza per invocare la realizzazione del mercatino etnico, promesso dall’amministrazione comunale oltre un anno fa, ma rimasto lettera morta.
«Nessuno è straniero», recita un cartello esposto dalle comunità di cittadini del Senegal e del Bangladesh dopo aver rispettato un minuto di silenzio per tutte le vittime del terrorismo. Gli immigrati, spalleggiati da Rifondazione comunista e dalle diverse anime del sindacato della Cgil, hanno deciso di protestare in maniera colorata e pacifica a oltre un anno dallo sgombero delle bancarelle nell’area di risulta della stazione ferroviaria e a pochi giorni dal blitz nei due palazzi Viola e Tillia in via Ariosto, a Montesilvano. «Non siamo profughi appena arrivati in Italia», sottolinea Cheikh, «siamo cittadini italiani a tutti gli effetti: i nostri figli sono nati qui e sono andati a scuola qui. Noi siamo gente di pace, non abbiamo mai creato problemi a nessuno. Non rubiamo e non vendiamo droga, ma cerchiamo di lavorare come possiamo nella legalità per riuscire a vivere e a mangiare. Chiediamo per favore alla politica di smettere di prenderci in giro e di ridarci il nostro mercato e la nostra dignità».
Il riferimento è al progetto appena abbozzato di un nuovo mercatino, annunciato dal centrosinistra all’interno del terzo tunnel della stazione ferroviaria, all’indomani dello sgombero, avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2016, ma che tuttavia ha incontrato la resistenza di buona fetta dell’opposizione e di una parte della stessa maggioranza. In un anno i senegalesi che un tempo occupavano la zona sotto al tracciato della ferrovia, a pochi passi dalla stazione centrale, tra le bancarelle in cui si vendeva di tutto, persino merce contraffatta, hanno cercato di arrangiarsi alla buona. Qualcuno riesce a racimolare qualcosa grazie a lavoretti saltuari. Altri, soprattutto di etnia bengalese, hanno approfittato della bella stagione per fare la spola tra gli ombrelloni, lungo le spiagge della riviera, cercando di vendere pareo, teli e altri oggetti. Tuttavia la maggior parte racconta di riuscire a sopravvivere accettando la carità di persone di buon cuore che, ancora oggi, portano loro pacchi di pasta e altri viveri. «Sono arrivato qui nel 1988», racconta Deiopedame, «a Pescara si stava sicuramente meglio, oggi invece è un disastro. Siamo come una famiglia, la gente per strada ci conosce e ci vuole bene, ma abbiamo bisogno di lavorare nella legalità».
Attraverso la Cgil le comunità di immigrati chiedono al sindaco Marco Alessandrini e alla sua amministrazione «impegni precisi e tempi certi» attraverso la definizione di un cronoprogramma e la costituzione di un tavolo di lavoro permanente che serva a «ridare certezze lavorative alla comunità senegalese, costruendo prospettive a lungo termine, e a dare risposte alle richieste dei lavoratori della comunità del Bangladesh su regole chiare e condivise per il commercio ambulante». «I cittadini di Pescara», evidenzia Emilia Di Nicola, segretario generale della Cgil pescarese, «devono sapere quali sono i problemi lavorativi degli immigrati e come i politici pensano di affrontare la questione. È trascorso ormai più di un anno dallo sgombero del mercatino e oggi occorre concludere il percorso avviato dall'amministrazione comunale, rendendo operativa al più presto la soluzione trovata». «Lo sgombero», rileva Corrado Di Sante di Rifondazione comunista, «ha ulteriormente aggravato le condizioni di vita delle comunità migranti. Senza soluzioni durature, senza percorsi di convivenza, crescita ed emancipazione, è inevitabile che crescano paura e insicurezza. A peggiorare ulteriormente le cose anche lo sgombero delle palazzine di via Ariosto, a Montesilvano. Insomma, Alessandrini ha fatto scuola a Maragno ed è stato innescato un corto circuito esplosivo».
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