La rabbia dei gestori in piazza: se chiudiamo, qui sarà un disastro

Ieri pomeriggio vetrine spente e locali sbarrati in zona mercato: «Ecco cosa sarebbe senza di noi» E gli esercenti tornano a chiedere all’amministrazione una soluzione che tuteli residenti e lavoratori
PESCARA. Le vetrine spente e i locali chiusi. Ieri, serata di Carnevale dalle temperature glaciali, i titolari di bar e ristoranti del distretto di piazza Muzii hanno messo in atto una protesta per mostrare in cosa si trasformerebbe tutto il quartiere se le attività chiudessero definitivamente. «Quindici anni fa questa piazza era deserta», ricorda Cristiano Pagetti, titolare del primissimo locale aperto nel distretto. «La zona è stata pedonalizzata per far sviluppare un commercio e un turismo virtuosi per la città. Alle spalle di questa piazza, ci sono la vecchia stazione e piazza Santa Caterina che sono ricettacolo di disperati. Noi siamo un argine a tutto ciò. Se chiudiamo e ce ne andiamo da un’altra parte, cosa che alcuni già stanno facendo, questa zona diventerà un disastro. Quello che abbiamo voluto fare con questa manifestazione è lasciare uno scenario futuribile di quello che succederebbe se ce ne andassimo. Una desolazione totale». «Abbiamo investito qui», ribadisce Filippo De Bonis, «quando questo quartiere era pieno di tossici. Noi lo abbiamo rivalorizzato e non ci meritiamo questo trattamento. A quest’amministrazione chiediamo più chiarezza». «Chiediamo solo una cosa al comitato Tranquillamente Battisti», rilancia Marco Bellotti, «che facciano una proposta, perché sono sette anni che ci invitano solo ad andare via».
«Speravamo che qualcuno della giunta si sarebbe fatto vedere», commenta Sara Di Blasio. «Noi siamo qui per trovare una soluzione. L'amministrazione ci deve aiutare a restare aperti, a tutelare noi, i lavoratori e i residenti».
I gestori dei pubblici esercizi del quadrilatero di piazza Muzii si sono sentiti discriminati rispetto ai colleghi delle altre zone per via delle ordinanze sindacali che restringono le fasce orarie nell'infrasettimanale (da giovedì a domenica i locali chiudono a mezzanotte, mentre il venerdì e il sabato all'una e trenta; nel resto di Pescara, l’orario è uniforme in tutta la settimana, sempre all'una e trenta). Una difformità mai digerita tanto che gli esercenti hanno deciso di presentare una sfilza di ricorsi. Ad appesantire il quadro è stata una comunicazione del prefetto sull'applicazione della legge nazionale del 2001 che impone il divieto del consumo e della somministrazione delle bevande alcoliche negli spazi pubblici dalla mezzanotte (fino alle 3 dentro ai locali) e per la quale si attendono chiarimenti dal governo centrale. «Riteniamo questa legge nazionale assolutamente superata perché ci sono successivi provvedimenti normativi che spostano il limite alle 3», chiarisce l'avvocato Andrea Lucchi che sta seguendo le azioni legali dei gestori. «Ciò che non è in linea con le esigenze degli esercenti, è che, anche se si applicasse, la norma consentirebbe la somministrazione fino alle 3 dentro ai locali, ma loro non potrebbero, perché ci sono le ordinanze sindacali sugli orari». A dare manforte agli esercenti anche i commercianti dell’associazione Ascom. «Una città morta non serve a nessuno», dicono i rappresentanti. «La dipartita dei pubblici esercizi significa la futura dipartita del commercio tutto». Presente in piazza anche il consigliere Pd, Piero Giampietro. «Questo è un settore che va valorizzato per l’attrattività di Pescara, mentre la giunta lo sta opprimendo. La responsabilità del centrodestra è molto grave e non pensi di scaricare su altri le scelte che da due anni scarica sugli esercenti sotto forma di ordinanze del sindaco».

