La Regione intuì già nel 2015 il grande rischio della pandemia

PESCARA. «I coronavirus sono un esempio di virus che hanno effettuato il salto di specie». Scriveva così, nel 2015, ben cinque anni prima dell’emergenza che sta stravolgendo l’Italia ed il mondo, la...
PESCARA. «I coronavirus sono un esempio di virus che hanno effettuato il salto di specie». Scriveva così, nel 2015, ben cinque anni prima dell’emergenza che sta stravolgendo l’Italia ed il mondo, la Regione Abruzzo, nel Piano di prevenzione 2014-2018. Già all’epoca, infatti, erano noti i rischi derivanti da quella precisa sottofamiglia di virus. In quegli anni, d’altronde, si veniva dalle esperienze della Sars, della Mers, dell’aviaria e dell’ebola. Infezioni, si legge nel documento, che impongono un «elevato livello di attenzione» su scala «globale». Proprio in base a quel Piano, che è stato prorogato anche per il 2019, la Regione doveva approvare entro il 2016 una «delibera regionale per l’adozione di un Piano permanente per la gestione delle emergenze infettivologiche». In sintesi, serviva un Piano che rispondesse alle emergenze infettive, per poterle «contenere e circoscrivere» e per «mantenere in sicurezza gli operatori sanitari». La delibera, in realtà, non è mai arrivata, ma la responsabile del servizio della Prevenzione e Tutela sanitaria della Regione, Stefania Melena, sottolinea che oggi «nella prassi e nell’organizzazione» viene fatto tutto ciò che è necessario e che il Piano permanente avrebbe potuto prevedere. Nel documento si legge che «le epidemie, oltre a provocare l’aumento della mortalità, provocano l’impoverimento delle risorse degli Stati a causa dell’alto tasso di ospedalizzazioni e della necessità di cure ed assistenza spesso costose ed intensive. In assenza di un vaccino prontamente disponibile e di farmaci efficaci», scrivevano gli esperti nel 2015, «le uniche misure per il controllo dell’epidemia sono rappresentate da strategie di identificazione e contenimento, incluso l’isolamento o quarantena». Esattamente quello che sta accadendo. La Regione Abruzzo, tra l’altro, nel 2006 istituì il Comitato pandemico regionale con 20 dirigenti ed esperti. Aveva come scopo il «coordinamento per una eventuale pandemia antinfluenzale» e «l’elaborazione del Piano pandemico regionale». Nel 2009, poi, dopo il caso dell’aviaria, fu approvato il piano “Strategie e misure di preparazione e risposta a una pandemia influenzale”, uno dei provvedimenti cui si fa riferimento oggi. «Il comitato, inteso come gruppo di persone che ne facevano parte», spiega ancora Melena, «non esiste più, ma esiste di fatto come gruppo di lavoro. Sistematicamente e periodicamente gli infettivologi si riuniscono. Nel frattempo è entrato in vigore il Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza (Pncar). Le funzioni sostanzialmente sono state recepite dal comitato del Pncar». Nel Piano del 2009 si può leggere che «l’influenza pandemica si sviluppa sporadicamente ed imprevedibilmente. Tuttora», prosegue il documento, «esistono le circostanze affinché un nuovo virus con potenzialità pandemica emerga e si diffonda». Ampio spazio ai dispositivi di protezione individuali (Dpi), con le Asl che, oltre a «stimare il fabbisogno», devono «provvedere al loro adeguato approvvigionamento». Tra i protocolli adottati in questa fase di emergenza vi sono quelli previsti dal Piano delle maxi-emergenze, approvato nel 2018 e relativo a criticità come grandi eventi, alluvioni e attacchi terroristici, anche con virus. Per questi ultimi, in materia di Dpi, è fortemente raccomandato al personale impegnato di utilizzarli con «osservanza maniacale». (l.d.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.

