La Stella Maris rinasce E dall’edificio delle suore riemergono i ricordi

Dai primi anni ’50 agli ’80, in migliaia sono stati ospiti nella struttura «Mangiavamo tutti insieme, quando ci davano il gelato era una festa»
MONTESILVANO. Orfanelli che vivevano con le suore, bambini che trascorrevano l’estate in colonia, alunni montesilvanesi che frequentavano la scuola con i loro coetanei meno fortunati. Sono migliaia i bambini che tra i primi anni ’50 e l’inizio degli anni ’80 hanno vissuto all’interno della Stella Maris, allora “Stella Matutina” gestita dalle suore “Riparatrici del Santo Volto” di Rieti. Tanti bambini sfortunati, qualche privilegiato, molti provenienti da fuori regione, che hanno riso, pianto, studiato, giocato e vissuto sotto la guida della severissima madre superiora Suor Leonia e delle sue consorelle.
Oggi che, dopo quarant’anni, l’ex colonia tornerà a essere animata grazie all’Università d’Annunzio, molti di quei bambini hanno riaperto il cassetto dei ricordi, rivivendo gioie e dolori di quell’infanzia trascorsa nell’edificio a forma di aeroplano. Tra loro, Renato Grandis, che ha vissuto lì dal 1959 al 1960. «A due anni, i miei genitori si separarono, una circostanza rarissima a quei tempi, e siccome mia madre era sordomuta io fui portato prima dalle suore alla pineta e poi alla Stella Maris, dove frequentai prima e seconda elementare, fino a quando mio padre si risposò e mi riprese con sé», racconta. «Ero tenuto da suor Teofila, la mia seconda mamma. Ricordo che mi mandava sulla torretta, vicino alla Madonnina, a prendere ago e filo e poi mi regalava un santino di alluminio. Ne avevo tantissimi che tenevo in una busta. Ogni tanto veniva una zia», ricorda. «Una volta mi portò due pigiami, uno confezionato, l’altro sfuso. Io decisi di usare quello aperto per conservare l’altro, ma qualche bambino me lo rubò».
Nonostante il dolore per l’assenza della madre, Renato rivela di avere bei ricordi di quegli anni. «C’era un fortino e con il mio amico napoletano Pasqualino giocavamo con le pistole senza cartucce, perché non ce le comprava nessuno. E poi andavamo a spiare le ragazze. Mangiavamo tutti insieme. Ricordo un formaggio giallo disgustoso, ma anche un gelataio che ogni tanto ci regalava un pinguino e per noi era una festa. Poi d’estate andavamo al mare, lì di fronte, sotto a un tendone».
A trascorrere un’intera estate, quella del 1953, nella Stella Maris insieme a sua sorella Marisa, anche Stefano Petricca, all’epoca 4 anni. «In quegli anni le famiglie numerose potevano mandare in colonia i bambini e ci portarono alla Stella Maris. Ricordo soprattutto l’odore del dentifricio, che a casa mia non esisteva, e quello della creolina per pulire i bagni», racconta commosso, mostrando la foto di un pranzo nel refettorio della colonia. «E poi le preghiere al mattino e i pasti insieme ad altri 30 bambini. Mi mancava la mia famiglia, ma ci trattavano bene».
Hanno un ricordo diverso, invece, coloro che hanno frequentato la scuola nella colonia, ma da esterni. «Era il 1968», racconta Pina Di Garbo, «e noi ci eravamo appena trasferiti qui dalla Sicilia. Frequentai alla colonia la quinta elementare, ma ho ricordi dolorosi. Vedere quei bambini piccoli, con le mani rosse perché aiutavano a dare la cera ai pavimenti, mi faceva sentire una privilegiata e mi rendeva triste. Notavo una disparità di trattamento, ma c’erano anche tanti insegnanti bravi, come la maestra Ferri che era molto affettuosa soprattutto con gli orfani». A sentirsi una privilegiata era anche Stefania Carbani, 12enne nel 1975 quando frequentava la prima media da esterna, insieme a due coetanee montesilvanesi. «Tutte le altre compagne erano in collegio», racconta. «Ricordo all’inizio mi chiedevano sempre la merenda perché avevano fame. Così mio padre iniziò a farmene portare due, una per me e l’altra da regalare. Ma sono stata bene. La struttura mi piaceva tanto, soprattutto la scalinata centrale».

