LANCIANO

27 Agosto 2016

LANCIANO. «Io sono qua, ma il mio cuore, spezzato, è ad Amatrice, vicino ai miei amici che non ci sono più». «Il boato, poi buio, polvere, pietre e calcinacci. Paura, smarrimento e sgomento: sono...

LANCIANO. «Io sono qua, ma il mio cuore, spezzato, è ad Amatrice, vicino ai miei amici che non ci sono più». «Il boato, poi buio, polvere, pietre e calcinacci. Paura, smarrimento e sgomento: sono cose che non si dimenticano, che restano nel cuore». Sono le parole di Fabio e della madre Maria Teresa Cicconetti, ospiti a Lanciano, a casa dei parenti -la famiglia del cugino e nipote Leo Marongiu, presidente del consiglio comunale- dal giorno dopo il devastante sisma che ha raso al suolo la cittadina reatina. Ha gli occhi tristi e persi Fabio. Madre e figlio parlano singhiozzando affranti per aver perso amici, casa e lavoro, ma allo stesso tempo grati di essere vivi.

«Ero con degli amici nella piazzetta di via Roma, dietro la chiesa di San Francesco, quando ho sentito un botto e visto tutto quello che era attorno a me crollare», racconta Fabio, «mi sono buttato contro una ringhiera della chiesa, spaesato e smarrito. Non sapevo cosa fare al buio, pieno di polvere e calcinacci, col telefonino scarico. Ho incontrato poi un signore che mi ha prestato il suo. Ho chiamato i miei genitori e mio fratello: erano vivi. Ma tanti altri non ci sono più È morto il mio amico fraterno Franco. Il mio cuore è spezzato ed è ad Amatrice». «Ai figli si rimprovera di rincasare troppo tardi, ma questa volta ringrazio il cielo che non siano ritornati in orario», dice Maria Teresa, «altrimenti restavano sepolti nelle loro camere crollate. Mi sono svegliata con la scossa e mi sono messa sotto il letto. Poi è crollata la parete della stanza da letto che ridà sul giardino e sono uscita assieme a mio marito. In ciabatte, ho preso il cellulare. Eravamo al buio, c’era la luce della luna e quella del telefonino che illuminavano a fatica polvere e macerie. Ho cercato i miei figli, tra paura e smarrimento. Dopo minuti di silenzio abbiamo cominciato a sentire voci, lamenti. Con mio marito ci siamo recati nell’area del palazzetto dove poi abbiamo riabbracciato i nostri figli e mio padre, che è stato salvato tre ore dopo il sisma. Non abbiamo più casa né lavoro, visto che la nostra farmacia, storica, è distrutta. Nulla. Dobbiamo ricominciare daccapo. Lo faremo, con la speranza che questa comunità, in cui tutti ci conosciamo, devastata dal dolore e dalla morte possa tornare a vivere».

Teresa Di Rocco

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