Le 48 ore che hanno sconvolto la quiete di Carapelle Calvisio

Cento stranieri in un paese di 82 abitanti? L’idea «è archiviata», assicura il sindaco Di Cesare dopo la lettera della Regione alla prefettura dell’Aquila. Ma per due giorni il borgo ha perso la pace
Una lettera “intercettata” in Regione (nella foto in basso) ha messo in allarme Carapelle Calvisio (82 abitanti) e creato una polemica nazionale. Nella lettera la prefettura dell’Aquila chiede l’utilizzo di una struttura gestita dalla Caritas di Pescara, per ospitare 100 migranti per la quarantena. La lettera è finita sul tavolo del leader leghista Matteo Salvini, che ha censurato l’iniziativa.
di Giustino Parisse
CARAPELLE CALVISIO. A “guardia” di Carapelle Calvisio, mezzora d'auto dall'Aquila, c'è un capriolo. Bruca l'erba in mezzo a un prato a poche centinaia di metri dal paese. Quando passa una macchina alza per un attimo lo sguardo, punta gli occhi dritti all'automobilista pronto a scattare una foto col cellulare, dopo un po’ abbassa il muso e torna tranquillamente a “mangiare”. Il capriolo presidia un borgo che tutti da sempre definiscono “un’oasi di pace”. Ma per toccarla con mano, “sentirne” il silenzio, affogare gli occhi in un miriade di colori che la primavera ha fatto esplodere nella conca naturale a 877 metri di altezza, bisogna venirci in questa oasi, camminarci dentro, guardare natura e storia che si completano a vicenda.
E' domenica mattina e i divieti dell'emergenza sanitaria hanno reso Carapelle Calvisio ancora più “impalpabile”. Ma gli echi delle polemiche dei giorni scorsi sulla possibilità che in questo piccolo borgo possano approdare qualche decina di migranti per trascorrere la quarantena sono arrivati alle orecchie degli ottanta abitanti, la gran parte anziani. C'è una signora che sta piantando i pomodori, il suo orto è circondato da una rete perché qui i cinghiali non fanno sconti alle coltivazioni. «La casa Caritas? Deve prendere la strada per Capestrano», dice all'interlocutore che chiede indicazioni. Ed eccola la Casa Caritas, a due passi dall'antica chiesetta della Madonna delle Grazie e a cento metri da una decina di map realizzati nel post sisma. E' chiusa, l'unico segno di vita è una pianta di ciliegio pronta a sfornare i frutti. Da queste parti ci sono anche gli ulivi (il frantoio locale produce 1000 quintali di olio l'anno) grazie al microclima che fa assomigliare la conca di Carapelle al “forno” della valle del Tirino. E poi meli, peri e tanto altro ben di Dio. Un signore di mezza età appena uscito dal suo map fa capire subito che aria tira da queste parti: «Qui stiamo tanto bene», dice. Poi , quando si rende conto che sta parlando con un giornalista, sbotta. Pronuncia una frase dura, molto dura, contro coloro che dovrebbero arrivare. Meglio non riferirla e considerarla lo sfogo di un momento.
La storia della Casa Caritas è curiosa. Più di venti anni fa un abitante di Carapelle cedette (ma non fu una donazione) la sua abitazione e il terreno tutt'intorno a una parrocchia di Pescara. Su quel terreno fu costruita la Casa che per anni è stata utilizzata come colonia estiva. Nel 2017 la proprietà è passata alla Caritas e da allora è stata usata pochissimo. E infatti si vede che è da tempo che non viene “vissuta”. Non che sia nel degrado o nell'abbandono. Anzi. Ci sono però piccoli dettagli da cui si capisce che, per esempio, sulle panchine poste nel cortile esterno, da mesi nessuno ci si siede più.
Davanti all'edificio, sull'altra parte della strada, una decina di galline scorrazzano in un recinto dove ci sono, sparsi qua e là, attrezzi agricoli e serbatoi per l'acqua. Chi ha deciso di rimanere (pochissimi) si dedica all'allevamento o all'edilizia. Il resto sono pensionati.
Il sindaco Domenico Di Cesare abita all'Aquila ma praticamente tutti giorni è in Municipio, ristrutturato a tempo record dopo il terremoto del 2009. Sulla parete esterna c'è una targa che ricorda uno dei figli di questa terra, l'intellettuale Vincenzo De Bartholomaeis (1867-1953).
Nella “Baronia” di Carapelle la storia si respira a ogni angolo. Di Cesare ieri mattina era già un po' più sollevato rispetto alle tensioni dell'ultima settimana: «Ho parlato ieri sera con il capo di gabinetto del presidente della giunta regionale Marco Marsilio il quale mi ha detto che il governatore ha scritto alla Prefettura dell'Aquila per dire che la Regione non è d'accordo a utilizzare la Casa Caritas di Carapelle per la quarantena dei migranti».
Il sindaco pensa che al 90 per cento la questione vada quindi verso una «archiviazione». «Non è la prima volta che si parla di immigrati qui da noi», sottolinea il primo cittadino «abbiamo sempre sventato il tentativo di farli arrivare e, si badi bene, non si tratta di una questione ideologica, basta venire qui per capire che la cosa non è fattibile, chi ci assicura per esempio la sorveglianza?».
Il Comune di Carapelle come tutti quelli più piccoli delle aree interne vive negli “stenti”. All'ingresso del paese c'è una piccola area verde con una fontana. L'erba è stata appena tagliata. «Sì» dice Di Cesare «ma se ne è dovuto occupare il vicesindaco con mezzi propri, non abbiamo più personale, non c'è un vigile urbano, a mala pena si riesce a far funzionare l'anagrafe. E' persino difficile stilare il bilancio».
Sul fronte dei servizi la situazione è ancora più complicata. Non ci sono scuole. Le Poste aprono tre giorni a settimana, niente farmacia fissa, un negozio di alimentari assicura un minimo di rifornimento agli abitanti che non possono andare nei supermercati a valle. Il collegamento internet c'è ma si sa che gli anziani fanno fatica a usare un computer.
Il terremoto del 2009, poi, ha compromesso la gran parte delle seconde case. «Prima del sisma» dice Di Cesare «anche alcuni stranieri avevano acquistato un'abitazione a Carapelle. D'estate in paese c'erano fino a mille persone». Ora tutto questo è solo un ricordo. Finite le polemiche sulla Casa Caritas forse l'attenzione andrebbe spostata al futuro di questi splendidi microcosmi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
di Giustino Parisse
CARAPELLE CALVISIO. A “guardia” di Carapelle Calvisio, mezzora d'auto dall'Aquila, c'è un capriolo. Bruca l'erba in mezzo a un prato a poche centinaia di metri dal paese. Quando passa una macchina alza per un attimo lo sguardo, punta gli occhi dritti all'automobilista pronto a scattare una foto col cellulare, dopo un po’ abbassa il muso e torna tranquillamente a “mangiare”. Il capriolo presidia un borgo che tutti da sempre definiscono “un’oasi di pace”. Ma per toccarla con mano, “sentirne” il silenzio, affogare gli occhi in un miriade di colori che la primavera ha fatto esplodere nella conca naturale a 877 metri di altezza, bisogna venirci in questa oasi, camminarci dentro, guardare natura e storia che si completano a vicenda.
E' domenica mattina e i divieti dell'emergenza sanitaria hanno reso Carapelle Calvisio ancora più “impalpabile”. Ma gli echi delle polemiche dei giorni scorsi sulla possibilità che in questo piccolo borgo possano approdare qualche decina di migranti per trascorrere la quarantena sono arrivati alle orecchie degli ottanta abitanti, la gran parte anziani. C'è una signora che sta piantando i pomodori, il suo orto è circondato da una rete perché qui i cinghiali non fanno sconti alle coltivazioni. «La casa Caritas? Deve prendere la strada per Capestrano», dice all'interlocutore che chiede indicazioni. Ed eccola la Casa Caritas, a due passi dall'antica chiesetta della Madonna delle Grazie e a cento metri da una decina di map realizzati nel post sisma. E' chiusa, l'unico segno di vita è una pianta di ciliegio pronta a sfornare i frutti. Da queste parti ci sono anche gli ulivi (il frantoio locale produce 1000 quintali di olio l'anno) grazie al microclima che fa assomigliare la conca di Carapelle al “forno” della valle del Tirino. E poi meli, peri e tanto altro ben di Dio. Un signore di mezza età appena uscito dal suo map fa capire subito che aria tira da queste parti: «Qui stiamo tanto bene», dice. Poi , quando si rende conto che sta parlando con un giornalista, sbotta. Pronuncia una frase dura, molto dura, contro coloro che dovrebbero arrivare. Meglio non riferirla e considerarla lo sfogo di un momento.
La storia della Casa Caritas è curiosa. Più di venti anni fa un abitante di Carapelle cedette (ma non fu una donazione) la sua abitazione e il terreno tutt'intorno a una parrocchia di Pescara. Su quel terreno fu costruita la Casa che per anni è stata utilizzata come colonia estiva. Nel 2017 la proprietà è passata alla Caritas e da allora è stata usata pochissimo. E infatti si vede che è da tempo che non viene “vissuta”. Non che sia nel degrado o nell'abbandono. Anzi. Ci sono però piccoli dettagli da cui si capisce che, per esempio, sulle panchine poste nel cortile esterno, da mesi nessuno ci si siede più.
Davanti all'edificio, sull'altra parte della strada, una decina di galline scorrazzano in un recinto dove ci sono, sparsi qua e là, attrezzi agricoli e serbatoi per l'acqua. Chi ha deciso di rimanere (pochissimi) si dedica all'allevamento o all'edilizia. Il resto sono pensionati.
Il sindaco Domenico Di Cesare abita all'Aquila ma praticamente tutti giorni è in Municipio, ristrutturato a tempo record dopo il terremoto del 2009. Sulla parete esterna c'è una targa che ricorda uno dei figli di questa terra, l'intellettuale Vincenzo De Bartholomaeis (1867-1953).
Nella “Baronia” di Carapelle la storia si respira a ogni angolo. Di Cesare ieri mattina era già un po' più sollevato rispetto alle tensioni dell'ultima settimana: «Ho parlato ieri sera con il capo di gabinetto del presidente della giunta regionale Marco Marsilio il quale mi ha detto che il governatore ha scritto alla Prefettura dell'Aquila per dire che la Regione non è d'accordo a utilizzare la Casa Caritas di Carapelle per la quarantena dei migranti».
Il sindaco pensa che al 90 per cento la questione vada quindi verso una «archiviazione». «Non è la prima volta che si parla di immigrati qui da noi», sottolinea il primo cittadino «abbiamo sempre sventato il tentativo di farli arrivare e, si badi bene, non si tratta di una questione ideologica, basta venire qui per capire che la cosa non è fattibile, chi ci assicura per esempio la sorveglianza?».
Il Comune di Carapelle come tutti quelli più piccoli delle aree interne vive negli “stenti”. All'ingresso del paese c'è una piccola area verde con una fontana. L'erba è stata appena tagliata. «Sì» dice Di Cesare «ma se ne è dovuto occupare il vicesindaco con mezzi propri, non abbiamo più personale, non c'è un vigile urbano, a mala pena si riesce a far funzionare l'anagrafe. E' persino difficile stilare il bilancio».
Sul fronte dei servizi la situazione è ancora più complicata. Non ci sono scuole. Le Poste aprono tre giorni a settimana, niente farmacia fissa, un negozio di alimentari assicura un minimo di rifornimento agli abitanti che non possono andare nei supermercati a valle. Il collegamento internet c'è ma si sa che gli anziani fanno fatica a usare un computer.
Il terremoto del 2009, poi, ha compromesso la gran parte delle seconde case. «Prima del sisma» dice Di Cesare «anche alcuni stranieri avevano acquistato un'abitazione a Carapelle. D'estate in paese c'erano fino a mille persone». Ora tutto questo è solo un ricordo. Finite le polemiche sulla Casa Caritas forse l'attenzione andrebbe spostata al futuro di questi splendidi microcosmi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

