Le armi consegnate dalle forze alleate a quei giovani eroi

25 Aprile 2019

Il 40enne avvocato Troilo fu il capo del Gruppo Patrioti che risalì l’Italia per liberarla dall’occupazione nazifascista

Erano trecento, erano giovani e forti, ma non sono ancora morti. Sono ancora vivi a Bologna, infatti, in un monumento dedicato alla Brigata Maiella dentro un parco pubblico in zona Savena, poco fuori il centro storico. Tre massi di pietra bianca raffiguranti le cime della Maiella orientale furono poste lì nel 2010, come omaggio – un po' tardivo – ai patrioti abruzzesi che per primi entrarono in città da Porta Mazzini il 21 aprile 1945 alla testa delle truppe di liberazione polacche e inglesi. Il lungo cammino dei "maiellini" era iniziato un anno prima dall'Abruzzo finalmente liberato dall'occupazione della Wehrmacht, cominciata un po' in sordina all'indomani dell'8 settembre 1943. In quei mesi autunnali ed invernali gli abruzzesi conobbero la durezza delle leggi militari tedesche, che imponevano la consegna di tutti gli animali domestici, l'arruolamento nella repubblica di Salò e i lavori forzati nelle trincee di montagna per resistere all'avanzata alleata. A novembre gli occupanti sperimentarono la tattica della terra bruciata distruggendo i paesi dell'Aventino per contrastare anche la fuga da Sulmona dei prigionieri alleati che scavalcavano la Maiella per dirigersi a sud, e che venivano accolti, rifocillati e nascosti dalle famiglie contadine di quei luoghi. I primi paesi fatti saltare in aria dalle mine, e poi incendiati, erano uno spettacolo notturno che attirava l'attenzione dei paesi vicini e suscitava la rabbia dei giovani e il terrore degli anziani. A Lanciano c'era già stata una rivolta popolare contro i tedeschi il 5 e 6 ottobre, a Palombaro provarono a resistere alcuni militari di stanza a Chieti, a Civitella si formò un gruppo di patrioti locali organizzati da Luigi D'Orazio e Francesco Di Lullo decisi a difendere il proprio paese, a Gessopalena – appena distrutta – nacque un altro gruppo guidato da Domenico Troilo, a Pizzoferrato cominciò ad operare la "banda D'Aloisio", altri "insorgenti" si fecero avanti a Lama dei Peligni, Taranta Peligna e Torricella Peligna. Proprio da quest'ultimo paese un avvocato quarantenne, Ettore Troilo, con un gruppo di amici (Vittorio Travaglini, Antonio Manzi e altri) si spostò a Casoli per incontrare gli alleati e invitarli a sbrigarsi per evitare altre distruzioni. Propose loro di consegnare delle armi ai giovani compaesani (contadini in gran parte) che conoscevano il terreno e volevano combattere il nemico comune. Uguale proposta avevano fatto agli alleati i patrioti di Civitella, i quali furono ascoltati ed armati, ed ebbero il battesimo del fuoco in contrada Santa Giustina. Nel frattempo l'avvocato Troilo riuscì a convincere gli inglesi (profondamente diffidenti degli italiani) a creare un gruppo paramilitare che affiancasse gli alleati. Così nacque il nucleo della futura Brigata Maiella, chiamato "Gruppo patrioti", che nei mesi successivi riuscì ad incorporare altri nuclei di giovani resistenti, spesso gelosi delle formazioni nate nei paesi limitrofi. Così nei mesi successivi Troilo riuscì a trasformare la Brigata Maiella nella "banda delle bande", divisa in plotoni di 15/20 uomini pronti ad agire dove gli alleati lo richiedessero. Ma i tedeschi non stavano con le mani in mano. A Pietransieri, nell'Alto Sangro, massacrarono 128 persone il 21 novembre, e due mesi dopo a Sant’Agata di Gessopalena fecero lo stesso con quarantadue sfollati di Torricella. Finalmente il comando alleato dell'Ottava Armata decise di muoversi risalendo il Sangro-Aventino per dirigersi verso Sulmona e la conca peligna. Prima ci fu la sfortunata battaglia di Pizzoferrato, dove rimase ucciso il maggiore Wigram che era stato favorevole alla formazione dei nuclei partigiani. Poche settimane dopo anche i patrioti di Domenico Troilo entrarono nella Brigata Maiella, che a questo punto aveva un comandante, Ettore Troilo, che interloquiva con i comandi alleati, e un vicecomandante operativo in battaglia, Domenico Troilo. Erano in trecento quando attraversarono Guado di Coccia a Palena, attraversarono Campo di Giove e si diressero verso Sulmona. Si era a primavera inoltrata. Paesi piccoli e grandi della Valle Peligna erano stati liberati. L'Aquila il 13 giugno, e poco dopo Sulmona. I trecento divennero molti di più, e decisero di seguire gli alleati nella lunga e terribile marcia di risalita della penisola, aggregando altri patrioti locali (aquilani, teramani e poi marchigiani), combattendo e morendo.
Stamattina li ricordano al Sacrario di Taranta Peligna, e nel pomeriggio a Torricella e Gessopalena passando per Sant’Agata. Di quei famosi trecento ne è rimasta in vita una decina, ma la loro storia va onorata, raccontata e studiata.