Le zone rosse locali confermate al 90%

27 Febbraio 2021

Restano a Pescara, Chieti e province. Esclusi 4 paesi aquilani

PESCARA. Proroga delle zone rosse locali con l’esclusione di quattro comuni aquilani che hanno una situazione epidemiologica in miglioramento. È questo il contenuto della nuova ordinanza firmata ieri sera dal presidente della Regione Marco Marsilio. L’Abruzzo resterà spaccato in due. Sarà prorogata la zona rossa nelle province di Pescara e Chieti e la zona arancione nelle province di Teramo e L’Aquila. Revocata la zona rossa in quattro comuni aquilani: Roccacasale, Campo di Giove, Cansano e Ortona dei Marsi. Resta in fascia rossa Ateleta. È la decisione presa nella tarda serata di ieri da Marsilio dopo la riunione fiume nel pomeriggio con i sindaci dei quattro capoluoghi, i presidenti delle Province e il Comitato tecnico scientifico regionale.
L’OK DEI SINDACI. Sono stati gli stessi Comuni a ribadire a Marsilio di mantenere la linea della massima prudenza. Soprattutto i primi cittadini di Pescara, Carlo Masci, e di Chieti, Diego Ferrara, hanno chiesto di prorogare la zona rossa nelle due aree più colpite dove dilaga la variante inglese che contagia anche i più giovani. «A Marsilio ho detto che non bisogna recedere dalla zona rossa a Chieti e Pescara perché la situazione è veramente molto seria», spiega il sindaco teatino Ferrara. «Abbiamo un trend in ascesa incontrovertibile, non c’è un appiattimento della curva dei contagi. Chieti città ha avuto dall’inizio della pandemia 2.079 casi, solo nell’ultimo mese ne abbiamo avuti 835. Tornare arancioni adesso significherebbe dare un messaggio sbagliato ai cittadini. L’aspetto più preoccupante», aggiunge Ferrara, «è che stanno aumentando i contagi in età compresa tra i 7 mesi e i 17 anni. Per questo ho chiuso tutte le scuole fino al 7 marzo. Ma su questo tema noi sindaci abbiamo chiesto univocità nelle direttive regionali che poi devono ricadere a cascata sulle amministrazioni comunali. In questo modo», conclude, «si dà maggiore autorevolezza istituzionale e minore discrezionalità alle nostre decisioni a livello comunale».
VACCINI NELLE ZONE ROSSE. Nella riunione si è parlato anche dei vaccini. Il sindaco di Pescara, Carlo Masci, ha chiesto l’arrivo di più vaccini nelle zone rosse dell’Abruzzo dove «la variante inglese ha completamente soppiantato il ceppo originario del coronavirus. La mia richiesta è stata condivisa anche dagli altri sindaci», dice Masci. «Sono d’accordo, poi, con i miei colleghi e per questo tutti insieme abbiamo chiesto alla Regione una decisione uniforme sul tema della scuola per evitare provvedimenti a macchia di leopardo».
LA DIDATTICA. Decisione che è stata maturata ieri sera. Nell’altra ordinanza che Marsilio firmerà oggi, infatti, ci sarà il provvedimento che estende la chiusura in Abruzzo di tutte le scuole, tranne quelle dell’infanzia e i nidi. Un argomento sul quale ieri si è soffermato in particolare il sindaco di Teramo, Gianguido D’Alberto, che è anche presidente regionale dell’Anci. «Il vero problema non è se chiudere o meno le scuole, ma come tenerle aperte. Non abbiamo un protocollo adeguato alla novità delle varianti e ho chiesto alla Regione di approvarlo. Se, come sembra, si deciderà per la chiusura delle scuole», conclude D’Alberto, «si approfitti di questo tempo per vaccinare a tappeto tutta la popolazione scolastica. Molte delle chiusure che noi sindaci siamo costretti a fare sui plessi scolastici sono dovute, infatti, alla positività al Covid di qualcuno del personale docente o non docente».
LINEE GUIDA UNIFORMI. È la richiesta unanime di tutti i sindaci, condivisa anche dal primo cittadino dell’Aquila Pierluigi Biondi. «Ho ribadito la fiducia nelle istituzioni sanitarie, deputate a dare indicazioni alla politica rispetto alle scelte sulla collettività», dice Biondi. «Qualora vi fossero evidenze scientifiche tali da determinare maggiori restrizioni siamo qui a farle osservare. Se si pretende di scaricare sui primi cittadini (e non mi riferisco né alla Regione né al presidente Marsilio, sempre rispettosi dei sindaci e delle loro prerogative) non sono d’accordo. C’è una filiera decisionale, che parte dal governo, passa per le Regioni e arriva agli enti locali, ognuno per le proprie competenze».
«Tutti sono chiamati a fare il proprio lavoro», conclude Biondi, «senza fughe in avanti né isterismi, altrimenti viene meno il giusto equilibrio che deve esserci tra tutela della salute pubblica, tenuta sociale, libertà individuali e salvaguardia delle attività economiche».
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