Liberazione d’Abruzzo. Quell’assalto ai carabinieri per riprendersi la libertà

L’Abruzzo si trovò spaccato in due dalla Linea Gustav diventando il cuore della guerra mondiale in Italia. Alla vigilia del 25 aprile il racconto del tumulto che scoppiò a Tocco da Casauria. Trecento ribelli contro i militari, considerati collaborazionisti di fascisti e nazisti. Questa sera su Rete8
TOCCO DA CASAURIA
Una somma di tante piccole storie che portano fino ai nostri paesi, anche quelli più sperduti. Il risultato è la grande storia della “Liberazione d’Abruzzo”. E questo è anche il titolo di un’altra puntata di “31 minuti”, il settimanale di approfondimento giornalistico di Rete8 in collaborazione con il Centro che va in onda questa sera alle ore 23 (riprese e montaggio di Giuliano Vernaschi, regia di Danilo Cinquino e ottimizzazione di Antonio D’Ottavio).
La Liberazione dell’Abruzzo si lega a una resistenza civile e militare unica nel suo genere perché, a differenza di altre regioni, per mesi, l’Abruzzo si trovò spaccato in due dalla Linea Gustav, il sistema di fortificazioni tedesco che correva da Ortona a Cassino. E tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944, l’Abruzzo divenne il cuore della Seconda guerra mondiale in Italia: Ortona fu teatro di una delle battaglie più cruente sul fronte occidentale, combattuta casa per casa tra i paracadutisti tedeschi e le truppe canadesi tanto che Winston Churchill, primo ministro inglese, definì Ortona la “Stalingrado d’Italia” proprio per la ferocia degli scontri cittadini.
Una delle piccole storie della Liberazione d’Abruzzo è ambientata a Tocco da Casauria, nel Pescarese: era il mese di giugno del 1944 e l’Italia era ridotta a un campo di battaglia, i tedeschi battevano in ritirata e il fronte risaliva lungo la penisola. In questo vuoto di potere, tra le montagne d’Abruzzo, esplodevano tensioni sociali rimaste represse per almeno vent’anni. E, a Tocco da Casauria, la rabbia del popolo si sfogò contro un simbolo della legge.
Un verbale inedito dei Carabinieri Reali, riscoperto dall’Anpi di Pescara, riapre una pagina dimenticata. Questo è l’inizio di quel documento: «L’11 giugno 1944, dopo la ritirata delle truppe tedesche da questa zona, parte della popolazione di Tocco Casauria, sobillata da elementi antifascisti intendeva fare una dimostrazione a favore delle forze alleate e procedere all'arresto di individui fascisti, senza l'intervento delle autorità costituite. Nel pomeriggio una turba di dimostranti si riunì in piazza ed ivi, trovata la guardia forestale Merolli Vinicio del distaccamento di Tocco Casauria, con violenza la costrinse recarsi a casa ed ivi consegnare le armi che teneva: due moschetti semiautomatici, due pistole Beretta con relative cartucce e caricatori, due bandoliere di cuoio, due fondine per pistola ed un cinturone di cuoio. Tali oggetti furono pretesi e ritirati».
Il bersaglio grosso di quella insurrezione popolare – 300 cittadini in preda alla rabbia – era la caserma dei Carabinieri Reali, considerati collaborazionisti dei fascisti e dei nazisti.
Con le armi di Merolli in mano, dice ancora il verbale, «una rappresentanza composta di Santilli Liborio, Di Federico Tommaso e Di Giulio Eolo, chiese al tenente Gambino Sig. Gregorio la consegna di tutte le armi». I ribelli di Tocco da Casauria riuscirono a disarmare i carabinieri: «Per ripetute richieste e per l’irruenza della folla che assaltava la caserma, l’ufficiale dovette cedere per evitare gravi conseguenze». La caserma era ormai in mano ai ribelli: «I dimostranti assalirono la caserma salendo anche per il canale della grondaia e riuscirono ad invaderla e ad impossessarsi di tutte le armi, munizioni, tredici bombe a mano, dello stemma della caserma, della bandiera, delle buffetterie ed altri oggetti. Indi pretesero che i carabinieri disarmati si recassero in corteo con i dimostranti in municipio, dove alcuni di essi parlarono alla folla. Durante la notte dall’11 al 12 giugno e lo stesso giorno 12, i carabinieri furono piantonati da sentinelle dei dimostranti in caserma e solo il 13 furono lasciati liberi, ma disarmati».
Un altro frammento di quell’insurrezione racconta che Edoardo Zaccardi e Trieste Ciampone strapparono lo stemma sabaudo dal Tricolore: «Vilipesero la bandiera nazionale della caserma, stracciandola e togliendole lo stemma sabaudo dal centro». Il gran rifiuto della monarchia, ancora prima del referendum del ‘46.
Ma, a Tocco da Casauria, la cronaca si tinse di nero quando un uomo di 71 anni, Antonio Francazio, prese un pugnale e lo puntò alla gola di un carabiniere: «L’11 stesso, durante l’invasione della caserma», recita il verbale, «il pregiudicato Francazio Antonio fu Domenico, nato a Tocco C. 23-1-1863, operaio, con un pugnale, all’entrata della caserma, tentò di uccidere il carabiniere Peracchia Giuseppe che, per sottrarsi alle furie del vecchio, dovette divincolarsi e fuggire, ricoverandosi nell'abitazione di Terzini Lorenzo, ma il Francazio con altri dimostranti lo seguì ed ivi pretese la divisa del militare che col pugnale la ridusse in pezzi. Così fece del cappello civile del carabiniere De Crescentis Eligio che aveva lasciato in caserma e che fu asportato dai dimostranti».
Un crescendo rossiniano di avvenimenti: «La sera dell’11, disarmati, i carabinieri subirono una perquisizione domiciliare arbitraria da parte dei seguenti nominativi: Di Federico Tommaso – Pepe Alfonso – Zarani Fernando – De Lutis Michele e D’Andrea Anselmo di Nicola e di Casini Giuseppina i quali asportarono anche un pugnale, una baionetta, N. 35 caricatori di cartucce a pallottola per moschetto, tre bombe a mano Breda, N. 5 pallottole cal. 10.35 e N. 23 pallottole da pistola cal. 9». Un arsenale per riprendersi la libertà. «Successivamente ai fatti, quest’Arma è riuscita a rientrare in possesso di parte delle armi, munizioni, bombe a mano ed oggetti, mentre fino ad oggi non sono stati rintracciati le seguenti armi ed oggetti asportati: due fucili mod. 91 da Fanteria – Un fucile da caccia – N. 21 caricatori di cartucce a pallottola, N. 13 bombe a mano Breda, una pistola mod. 34 con sette cartucce e fondina – una pistola mod. 89 con fondina a sei cartucce – una borsa di cuoio naturale grande, una giberna da carabiniere – due giberne da fanteria con spallacci – una bandoliera di cuoio g.v. da artiglieria, lo stemma della caserma, tutto in danno dell’amministrazione militare». Per due giorni, i carabinieri restarono prigionieri e furono saccheggiati persino gli oggetti personali: «Al Sig. Tenente Gambino Gregorio mancano: un pigiama, due bottiglie di profumo, un tubetto di pasta dentifricia».
Il 16 giugno, l’Arma depositò le denunce alla Pretura di Torre de’ Passeri: furono 34 gli imputati al processo innescato dalle quelle denunce. E la sentenza mette nero su bianco che «né può porsi in dubbio che la sommossa e gli atti di violenza siano stati commessi in lotta contro il fascismo». E per questo, per tutti gli imputati, ci fu l’amnistia. Il giornalista Luca Prosperi, dirigente dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia, sottolinea questo passaggio: «Si arrivò alla sentenza nel 1952 dopo un giro incredibile tra atti che mancavano, notifiche che non vennero fatte a qualcuno, testimoni che non furono ascoltati e la motivazione di quella sentenza è che l’assalto alla caserma dei carabinieri/fascisti di Tocco da Casauria era un legittimo atto di guerra di libertà».
Ma perché furono denunciati solo 34 cittadini a fronte di 300 persone in azione? «Furono denunciati quelli che erano considerati i più antifascisti contro il regime», racconta Prosperi, «uno di questi, Federico Di Tommaso, sarà poi segretario del Partito Comunista; uno dei giovani, Eolo Di Giulio, sarà capogruppo del Pc nel ’60 in Comune; un altro sarà segretario del Partito Socialista. Con questo assalto, un tentativo di libertà e di fare giustizia, si preparò una classe politica che negli anni successivi avrebbe fatto la democrazia di Tocco».

