“Ritira il ricorso o sei fuori per sempre”. Concorso pilotato: condannato professore universitario

Pescara, tentata concussione. La ricercatrice Agnese Rapposelli non si piega all’aut aut del docente: ora è associata alla D’Annunzio. (Nella foto, il dipartimento di Economia aziendale dell’università D’Annunzio)
PESCARA. Un bivio obbligato. Non una libera scelta, ma un aut aut: o l’accettazione di un percorso accademico pilotato, o l’isolamento e la «rovina professionale».
Le motivazioni della sentenza del tribunale di Pescara, che ha inflitto un anno e quattro mesi di reclusione (pena sospesa) al professore ordinario Roberto Benedetti, fiorentino di 61 anni, ricostruiscono un’illegale dinamica di potere avvenuta all’interno dell’università d’Annunzio tra dicembre 2016 e maggio 2019.
Il collegio presieduto da Marina Valente (a latere Gianluca Sarandrea e Virginia Scalera) descrive un sistema chiuso. Da un lato, il docente, «che parla come figura apicale del sistema universitario»; dall’altro, la ricercatrice precaria teatina Agnese Rapposelli. Dire no e registrare di nascosto le conversazioni ha fornito la prova chiave del processo.
L’esito di primo grado è una condanna per tentata concussione, con cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione.
LE PRIME PRESSIONI nel 2016
La cronologia delle pressioni inizia alla fine del 2016. La ricercatrice presenta domanda per l’abilitazione scientifica nazionale in Statistica. Ha un profilo solido. Viene ricevuta nello studio del professor Benedetti. Tra il 20 e il 21 dicembre prende forma il primo tentativo: il docente le suggerisce di ritirare la domanda in cambio di un aiuto in una tornata successiva. L’obiettivo è lasciare campo libero ad altri candidati. La ricercatrice rifiuta e, nel 2017, ottiene l’abilitazione.
Lo scontro diventa aperto nel maggio 2019. Nel frattempo, la donna ha impugnato diverse procedure selettive al Tar, vincendo i ricorsi. I giudici amministrativi censurano le commissioni, l’assegnazione dei punteggi e le valutazioni prive di motivazione. Il 23 maggio Benedetti la incrocia in ateneo: la avvisa che, a furia di azioni legali, si è fatta «terra bruciata» intorno.
IL COLLOQUIO REGISTRATO
Il 29 maggio fissa un colloquio. I magistrati definiscono lo studio del docente «il luogo simbolico del potere accademico». Prima di entrare, la ricercatrice accende un registratore. Quell’audio diventa l’asse portante del processo. Benedetti critica la via giudiziaria: è assai difficile, le dice, vincere un concorso «senza passare dalla magistratura».
L’OFFERTA
Sul tavolo c’è un’offerta chiara: un bando su misura. La condizione è ineludibile: rinunciare ai ricorsi al Tar e non ostacolare il candidato vincitore in quel momento. La registrazione documenta come il professore ostenti il controllo sulle procedure. Assicura che «la commissione, a quel punto, la farei io». Ribadisce di non avere «nessunissima difficoltà... a garantirti che la cosa riguarda te». Promette di firmare quelle garanzie «col sangue se non ti fidi», prospettando una soluzione in cui «la cosa la faremmo pulita». L’alternativa è rigida, i «termini dell’offerta erano fondamentalmente politici». Le opzioni sono due: «O continui la strada del ricorso a tutto... oppure cerchi n’altra soluzione». Impossibile trattare con i ricorsi pendenti: «Se c’è un ricorso sul tavolino come puoi andare a portare un accordo?». Il commiato suona come un ultimatum: «Quest’offerta te l’avevo fatta due anni prima… È la seconda volta e non ce ne sarà una terza».
TENTATA CONCUSSIONE
Il tribunale spiega poi la logica della condanna. È tentata concussione, non semplice induzione indebita. I giudici escludono l’esistenza di un reale margine contrattuale. La dinamica si fonda interamente sulla costrizione morale. L’imputato sfrutta l’asimmetria di potere tra il suo ruolo del docente e la precarietà della donna. Il messaggio «coercitivo» è inequivocabile: adeguarsi per fare carriera, o subire un blocco totale. Il reato si ferma al tentativo solo grazie alla resistenza della vittima.
La pena base parte da sei anni di reclusione; scende a un anno e quattro mesi perché il piano illecito non è andato in porto e per la concessione delle attenuanti generiche.
PRENDE SERVIZIO NEL 2021
Al Tar l’università incassa una complessa sequenza di annullamenti. La tenace inerzia dell’ateneo costringe i giudici a nominare il prefetto come commissario ad acta. Nel novembre 2021, a indagini in corso, il candidato concorrente rinuncia alla procedura.
La persona offesa, rimasta unica idonea, prende infine servizio. Il tribunale lo mette nero su bianco: la donna non ha tratto vantaggio dalle denunce. Ha pagato un costo altissimo, affrontando preclusioni alla didattica e ritardi nella carriera. Un danno provato. I giudici riconoscono alla ricercatrice 10.000 euro di provvisionale, oltre a una cifra che sarà stabilita in sede civile. Oggi la Rapposelli, 46 anni, è professoressa associata all’università d’Annunzio, traguardo professionale raggiunto grazie alla vittoria di un concorso: da dicembre 2025 è al Dipartimento di economia aziendale, dopo aver chiesto e ottenuto il trasferimento per ragioni di opportunità con Benedetti.
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