Libri, mare, musica l’infanzia pescarese di De Gregori
Il cantautore ieri presente al convegno dedicato al papà Giorgio, bibliotecario in Abruzzo
di Federica D’Amato
PESCARA
Era presente lo stato generale del sistema bibliotecario abruzzese, ieri mattina al Palazzo della Provincia di Pescara, dove si è svolta la seconda sessione del convegno “In ricordo di Giorgio De Gregori (1913-2003)”, dopo la prima giornata di studi svoltasi il 25 settembre a Roma. Presenti i direttori delle biblioteche afferenti alle 4 provincie della regione Abruzzo: Enzo Fimiani (biblioteca provinciale D’Annunzio Pescara), Maria C. Ruffo (Salvatore Tommasi L’Aquila), Rodolfo Rispoli (De Meis Chieti), Luigi Ponziani (Delfico Teramo)Tito V. Viola (presidente Aib Abruzzo); importante la presenza dei più valenti studiosi e professionisti del settore, provenienti da tutta Italia: della direttrice della Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma, Simonetta Buttò, Alberto Petrucciani, Walter Capezzali, la giovanissima Chiara Fagiolani, vincitrice del Premio De Gregori 2011, e molti altri professionisti accomunati da una serissima competenza nell'ambito della gestione, tutela e conservazione del patrimonio libraio italiano.
Non da ultimi, volontariamente quasi nascosti tra il pubblico, i promotori di tutto questo: Francesco e Luigi De Gregori - il cantautore e il chitarrista -, figli di quel Giorgio De Gregori che negli anni '60 rivoluzionò il modo di “fare” biblioteca in Italia e soprattutto in Abruzzo, regione nella quale lavorò e visse dal 1952 al 1963. In modo gioviale e affatto scontroso l'autore di capolavori come “Rimmel” e “La donna cannone” ha risposto ad alcune nostre domande.
. Com'è stato crescere con un padre bibliotecario del calibro di Giorgio De Gregori?
«Separare l'aspetto professionale da quello umano è sempre difficile, ma credo con sicurezza che papà incarnasse tutti e due questi lati della sua personalità con grande armonia. Questa è una domanda complessa, lo sa? (sorride). Perché lui portava sempre a casa il lavoro, il suo bagaglio di fatica e di estrema attenzione verso il mondo delle biblioteche, un mondo che condivideva con noi fino in fondo. Bisogna precisare che io ero molto piccolo quando papà lavorava qui a Pescara, capivo sino ad un certo punto il rapporto che sussisteva realmente tra dentro casa e il fuori, però abbiamo vissuto intensamente la sua professione. Lei pensi che quando io sono venuto qui a Pescara avevo due anni, nel '53, non andavo a scuola, mio fratello invece sì e mia madre insegnava, ero “abbandonato”, diciamo, a mio padre. Mi portava spessissimo in questo palazzo dove siamo ora, ricordo che giocavo con le prime macchine punzonatrici delle schede, che avevano una specie di volante. Inoltre, indimenticabili i viaggi con lui in giro per le biblioteche dell'Abruzzo: Orsogna, Guardiagrele, Rivisondoli, Giulianova, Chieti... Come dire? Inevitabile che io abbia masticato biblioteche sin da ragazzino».
Qual era il rapporto che suo padre aveva con i propri libri, quelli della biblioteca privata?
«Mio padre considerava i libri degli strumenti, non era un collezionista, a riguardo era molto pragmatico. Poco bibliofilo, sì, considerava i libri oggetti utili per gli altri, non aveva una biblioteca lussuosa in casa, non coltivava questo aspetto estetico del libro che, comunque, va di certo tutelato».
Ad ogni modo i libri che circolavano in casa hanno influito sulla forte carica letteraria dei testi delle sue canzoni...
«Sicuramente, è stato fondamentale. Mi ha fatto imparare a leggere, scegliere, capire come orientarmi tra i libri, il cuore di quel che dentro vi è scritto, guardare l'indice, saper leggere trasversalmente, sono tutte cose, come dire, bevute con il latte».
Lei ha sempre parlato in modo molto positivo di Pescara, con un affetto sincero.
«Le sono molto affezionato. Ricordo una città giovane, piccola, con certi segni tipici della guerra, gli spazi vuoti... Ad esempio, di piazza Salotto, lì davanti mi ricordo il prato. Ricordo di un mare già bellissimo, insomma quella era l'Italia degli anni Cinquanta: i miei primissimi ricordi sono legati alla cultura della rinascita postbellica, alla ricostruzione».
Suo padre era d'accordo con la carriera d'artista intrapresa da lei e suo fratello Luigi?
«Assolutamente, papà era un uomo molto liberale, non solo non ha avuto niente da ridire ma è sempre stato uno dei nostri sostenitori più accaniti; tra l'altro mio fratello Luigi ha fatto anche il bibliotecario per un certo periodo, alla Sormani a Milano... Dunque tutto torna, papà era contento. E poi mio nonno, Luigi De Gregori, anch'egli bibliotecario, era un ottimo musicista poli strumentista: suonava pianoforte, fisarmonica, violino, aveva una sorella diplomata in pianoforte... quindi, vede, il piccolo demonietto della musica è sempre stato presente nei nostri geni».
Ultima domanda: alla fine Rimmel è mai più tornata?
De Gregori abbassa gli occhi, sorride bonariamente e con un lieve accenno di malinconia va via dicendo: «Questa è davvero un'altra storia».
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