Marcella: vorrei cancellare la memoria

18 Gennaio 2022

Parla il ristoratore che lanciò l’allarme e non fu ascoltato: «La giustizia faccia il suo corso»

PESCARA. Cerca di pensarci il meno possibile, non vuole proprio tornare indietro con i ricordi a quel pomeriggio, quella notte. È troppo doloroso. Quintino Marcella, il ristoratore di Silvi che lanciò l’allarme sulla tragedia dell’hotel Rigopiano senza essere ascoltato, ha relegato in un angolo remoto della memoria i fatti di quel 18 gennaio.
Cosa le resta?
È stata una cosa brutta, e oggi non ho più molta fiducia nelle istituzioni. Quel giorno ho chiamato davvero tutti, per lanciare l’allarme, dando i miei riferimenti personali, presentandomi. E credo che quando una persona chiama e si presenta chiedendo aiuto si debba intervenire subito. Poi, se si tratta di un allarme infondato, si può denunciare il responsabile. Ma intanto bisogna andare. Quel giorno non lo hanno fatto subito, sembrava avessero il prosciutto sulle orecchie. Se dovesse accadere qualcosa in futuro, mi auguro che si attiveranno rapidamente. Per quanto mi riguarda, se dovessi vedere qualcosa per strada, ci penserei 50 volte a chiedere aiuto.
Che ricordo ha di preciso?
Dopo aver ricevuto la telefonata di un mio dipendente, Giampiero Parete, che mi aveva chiamato da Rigopiano (è uno dei sopravvissuti), non so quante telefonate ho fatto, dal pomeriggio alla notte, per far partire i soccorsi. Poi ricordo che non potevo stare a letto, a casa, perché ero in ansia. E sono andato in ospedale ad aspettare che arrivassero i superstiti. Ma quando comincio a ricordare come sono stato trattato quel giorno mi viene il voltastomaco. Vorrei cancellare tutto, ma non è facile. E non è facile pensare che certe persone sono ancora al proprio posto.
In questi anni ha avuto contatti con chi ce l’ha fatta?
Evito, perché mi procura ansia. Io sono forte, è vero, ma quando avverto la tristezza, l’istinto è di stare alla larga. Non voglio ricordare.
Dice che non ha fiducia nelle istituzioni ma c’è un processo in corso. Cosa si aspetta?
Se sono stati commessi dei reati, vanno puniti. Mi aspetto che la giustizia faccia il suo corso, in tempi rapidi. Ma io non ce l’ho con nessuno.
Sono passati cinque anni da quel giorno, oggi i familiari delle vittime si ritrovano lì. C’è un messaggio che si sente di mandare a chi ha perso un parente?
Io credo che non ci siano parole. Forse bisogna rifarsi alla fede, si deve credere che Gesù Cristo richiama i migliori. La fede può aiutare a ricordare, a pensare che c’è un’altra vita. Ma chi ce l’ha la fede? Io no.
Non c’è proprio nessuno che salverebbe per quello che è accaduto quel giorno, quando telefonava per lanciare l’Sos?
Certo, una sola persona. Ed è un volontario della Protezione civile. Si chiama Massimo D’Alessio. È persona per bene. È stato lui a mettere in moto tutta la macchina dei soccorsi.
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