Maria, la vedova bambina: «Sconvolta da Marcinelle»

12 Agosto 2018

Il marito Camillo Iezzi, minatore al Bois du Cazier, morì l’8 agosto del 1956  Il racconto della tragedia, l’incontro con re Baldovino e il ritorno a Manoppello 

MANOPPELLO. È rimasta vedova a soli 18 anni con una bimba di 14 mesi nella culla e un’altra nella pancia che nascerà nello stesso giorno del funerale del padre.
Maria Di Valerio, 80 anni, è nata a Serramonacesca il 13 maggio 1938 da mamma Eufresina Teresa D’Antonio e papà Donato, quinta di 9 fratelli. Oggi risiede a Manoppello Scalo, circondata dai 3 figli, 3 nipoti e 4 pronipoti, ed è conosciuta come la vedova più giovane di Marcinelle, tra le centinaia che il giorno della sciagura nella miniera di carbone al Bois du Cazier, furono costrette ad arrendersi a un destino crudele.
Suo marito, Camillo Iezzi, di Manoppello, perse la vita a 26 anni, quell’8 agosto 1956 quando alle 8,10 una scintilla elettrica provocò un incendio nel pozzo 1 che spazzò via la vita di 262 persone tra cui 60 abruzzesi, 23 di Manoppello. Paese che pagò il tributo più alto. I soccorritori ritrovarono il giovane minatore a 900 metri sotto terra, morto soffocato, accovacciato dentro un cunicolo nel quale si era rifugiato per cercare una via d’uscita.
Un segreto, quel nascondiglio, che aveva rivelato solo alla moglie, la sera prima, quasi presagio del destino che l’attendeva. Camillo Iezzi fu una delle prime vittime (insieme al fratello Rocco, l’altro, Geremia, si salvò) a tornare in superficie. Fu trasportato in ospedale perché si pensava respirasse ancora. Maria seppe della morte del marito dalla radio, mentre rinveniva dopo essere svenuta davanti ai cancelli della miniera, appena compresa la natura del disastro.
Nei giorni dell’anniversario della tragedia, quali i ricordi di quel triste giorno?
«Mio marito uscì alle 7,30 da casa, distante 500 metri dal pozzo. Io ero ancora a letto, facevo finta di dormire. Era il nostro gioco d’amore. Diede un bacio a me e Gemma che aveva 14 mesi e accarezzò nostra figlia Camilla nella pancia, ero incinta di sei mesi. Uscì sereno, non mostrava mai preoccupazioni, malgrado in quel periodo circolassero voci sulla carenza di sicurezza nei pozzi. Tranne la sera prima quando a tavola, durante la cena, mi disse a bruciapelo: se dovesse accadere qualcosa in miniera, non ti preoccupare perché so dove andare, mi salverò. Purtroppo, quella via d’uscita era un vicolo cieco e lì lo hanno ritrovato senza vita. Indossava un pantalone marrone, una camicia a quadri e una giacca. Questa è l’ultima immagine che ho di lui. Non l’ho più visto neppure da morto e non sono riuscita a recuperare i suoi effetti personali. Dopo le otto, vidi passare davanti alle finestre un treno merci senza carbone e una nuvola di fumo denso. Pensai disperata: lui è sotto. Lasciai la bimba e mi misi a correre all’impazzata verso i cancelli, che chiusero alla folla di familiari. Urlai disperata il nome di Camillo e svenni».
Poi che cosa avvenne?
«Fui soccorsa. Mentre rinvenivo, la radio dava la notizia della morte di mio marito. Fu la fine di un sogno e l’inizio di un incubo. Avevo 18 anni e due figlie da campare. La sera venne in baracca re Baldovino. Mi abbracciò e mi diede 200mila lire per affrontare i primi tempi. Dovetti anche pagare la cella frigorifera dell’ospedale dove si trovava Camillo, prima di ripartire per Manoppello, un mese dopo, col treno che ci mise a disposizione la casa reale. Giunta alla stazione centrale di Pescara, fui costretta a pagare ben 20mila lire a un doganiere per riavere indietro la carrozzina di mia figlia. Uno dei tanti soprusi perpetrati ai familiari delle vittime dopo l’assoluto silenzio dello Stato italiano su questa vicenda e la pensione da fame che ho ricevuto per anni, prima di scoprire che mi spettavano somme superiori. Il governo si è fatto vivo davvero a queste ultime celebrazioni».
Quando scoccò la scintilla dell’amore con Camillo?
«Il 23 aprile 1954 ci conoscemmo grazie a zia Elvira. Avevo 16 anni. Fu un colpo di fulmine. Ci sposammo un mese dopo, ma non consumammo. Lui ripartì per il Belgio, ma due mesi dopo, a luglio, venne a riprendermi per andare a vivere insieme nella casetta di legno con il tetto di lamiera che ci aspettava a Marcinelle, vicino a Charleroi. Avevamo una sola stanza e neppure il bagno, ma eravamo felici».
Come fu il viaggio verso il Belgio?
«Faticoso, ma eravamo insieme e felici. Impiegammo due giorni per giungere a destinazione col treno. Durante il tragitto finimmo i soldi. Una benefattrice ci pagò il biglietto fino a Marcinelle e negli anni seguenti, a Pasqua e Natale, ci arrivarono vaglia da una tale signora Eva di Milano».
A poche ore dalla tragedia incontrò il re e, in seguito, le signore della casa reale belga.
«Sì, la regina Fabiola mi cercò durante un viaggio a Marcinelle, voleva conoscere la vedova bambina di cui aveva tanto sentito parlare. E ho incontrato la principessa Astrid due anni fa a Manoppello».
Come è stata la sua vita dopo la tragedia, con il ritorno a Manoppello?
«Piena di dolori, gioie e sacrifici. Ma ce l’ho fatta grazie a mia suocera Gemma che non mi lasciò mai sola e mi aiutò a crescere le bimbe. Mi spinse anche a rifarmi una vita. Dopo cinque anni dalla scomparsa del mio primo grande amore, incontrai Italo Di Matteo, scomparso otto dopo il nostro matrimonio, lasciandomi in dono nostra figlia Silvia».
La nascita di Camilla, lo stesso nome del padre, è stata un evento straordinario. Ci racconta perché?
«Camilla ricevette l’ultima carezza del papà quando era nella pancia. Ed è nata a Manoppello il 27 novembre 1956, negli stessi istanti in cui si celebravano i funerali del padre, tornato in paese tre mesi dopo la morte».
E oggi com’è la sua vita?
«Piena e serena accanto ai miei figli, Gemma, Camilla e Silvia, ai nipoti Andrea, Letizia e Sara e i pronipoti, Camillo, Vittoria, Francesco e Luca, sei mesi, l’ultimo nato».