Mauro: aiutare di più le famiglie per creare un clima di fiducia

14 Marzo 2020

L’economista: l’intervento della politica può fare poco  per la produzione, sarebbe meglio stimolare i consumi

PESCARA. Mentre si attende il decreto del governo sugli aiuti alle famiglie e alle imprese per l’emergenza coronavirus, ragioniamo con l’economista Giuseppe Mauro, docente di Politica economica a Pescara, sulla situazione dell’Abruzzo, e le prospettive della sua economia, partendo dall’ultimo dato diffuso dall’Istat sull’occupazione 2019.
Professore, oggi parlare del 2019 può sembrare un anacronismo, ma potrebbe aiutarci a guardare con più lucidità a questo 2020, non crede? Dunque, da quale dato partiamo?
«Innanzitutto dai dati sugli occupati, che sono stabili, con una leggera diminuzione, a differenza delle altre circoscrizioni che sono in leggera ripresa rispetto al 2018».
Diciamo i numeri.
«Abbiamo 498mila occupati, lo 0,2% in meno; il tasso di disoccupazione è all’11,2%, con quella giovanile che sfiora il 34%. Se li confrontiamo con gli anni pre-crisi possiamo concludere che l’Abruzzo non riesce ancora a raggiungere il profilo dell’occupazione che aveva nel 2008».
Quanto manca?
«Siamo sotto di 13 mila unità. Se poi guardiamo al tasso di disoccupazione, era al 6,6%, quello giovanile al 20%. Se poi osserviamo le esportazioni 2019, l’Abruzzo perde l’1,2%. Notiamo dunque che quella forte dinamica espansiva che aveva dilatato l’export si sta attenuando».
Come si inserisce in questo contesto il discorso sul coronavirus?
«Il coronavirus presenta una peculiarità di duplice natura: c’è innanzitutto, per la prima volta, una combinazione di schock dell’offerta, schock della domanda e schock sanitario: quindi al calo della produzione si associa un calo dei consumi. Inoltre, nelle altre crisi si partiva da un settore, nel 2008 quello finanziario, adesso ci troviamo l’emergenza coinvolge tutti i settori economici: l’industria, il turismo, la finanza, il commercio. E’ la prima volta che tutti i macrosettori economici vengono colpiti».
Si crea dunque un circolo vizioso tra domanda e offerta, con quali ripercussioni?
«Ripercussioni per esempio sul lato delle banche: possono aumentare i crediti deteriorati e le banche perdono redditività. Che significa anche minori crediti per la collettività».
Comunque, tornando ai dati dell’Abruzzo, la crisi coronavirus si sta innestando in un’economia non proprio in salute.
«Per usare una metafora medica, possiamo dire che l’epidemia si sta sviluppando in un organismo che ancora non è nel pieno delle sue forze. In più, se guardiamo ai dati storici, riscontriamo che ogni volta che c’è una crisi l’Abruzzo ha una sorta di accelerazione verso il basso. Quando ci fu la grande crisi finanziaria, il dato del 2009 (ricordiamo però che ci fu anche il terremoto) ci diede come ultima regione come perdita di pil: meno 7%. Quando ci furono le calamità naturali del 2016 e la crisi del debito sovrano, anche lì la ripresa aveva una tendenza stagnante».
Con quali esiti?
«Tutte le imprese esposte al mercato internazionale andranno incontro a una riduzione della produzione. Tenga conto che le nostre esportazioni valgono 9 miliardi, il 27% del pil. Aggiungerei che un altro settore colpito sarà quello agroindustriale che vale come export 600 milioni di euro, il 6,4% di tutte le esportazioni. Abbiamo poi gli occupati nel settore commercio, alberghi, ristorazione che contano oltre 100mila unità, e risentiranno fortemente della crisi».
Per evitare il peggio cosa bisognerebbe fare? Il governo sta predisponendo in queste ore un apposito decreto.
«Molto dipenderà dalla durata del coronavirus. Mi pare evidente che bisogna intervenire con rapidità prima che l’incendio divampi e la regione entri in una fase di recessione».
Da quello che si sa, che cosa pensa dei provvedimenti in campo?
«A parte l’aspetto sanitario, abbiamo provvedimenti dal lato della produzione e della domanda. Penso che sull’offerta, cioè sulla produzione, la politica economica possa incidere relativamente: va bene l’estensione della cig, bene la sospensione dei pagamenti fiscali e previdenziali. Ma dal lato della produzione, la cosa sulla quale puntare, credo, sia anche richiamarsi al senso di responsabilità individuale e collettivo. Perché prima finisce l’epidemia e prima ricomincia la produzione. Dal lato della domanda, invece, la politica economica può fare molto, perché funzionerebbe come moltiplicatore. Penso ai prestiti al consumo, a interventi per ridurre gli affitti, penso a un intervento radicale per garantire un reddito a coloro che perdono il lavoro. Un provvedimento del genere, oltre a garantire i consumi, contribuirebbe a instaurare un clima di maggiore fiducia».
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