Max sull’astronave «Sono un cronista che usa la musica»

4 Luglio 2016

Pezzali si racconta al Centro in vista del concerto di venerdì a Pescara: recuperiamo la nostra umanità

di Rosa Anna Buonomo

L'astronave sta per atterrare. Farà tappa l'8 luglio al Porto turistico di Pescara, il nuovo tour di Max Pezzali. La tournée segue l'uscita di Astronave Max new mission 2016", il nuovo album di Pezzali, riedizione del precedente "Astronave Max", contenente due inediti e 14 successi in versione live. Il concerto, organizzato da Elite Agency nell'ambito di Estatica 2016, inizierà alle 21.30. Astronave come simbolo di allontanamento, per vedere le cose da un altro punto di vista, come ci ha spiegato Pezzali. «Con il passare degli anni si tende ad avere una visione d'insieme più oggettiva. E' come se si vedesse il mondo nella sua completezza, come un'astronave che si alza da terra. Da questo incipit ho costruito l'album: una raccolta di canzoni che racconta una quotidianità».

Il brano "L'astronave madre" è dedicato a un 'luogo non luogo' dei nostri tempi: il centro commerciale...

Sono convinto che il lavoro di chi fa canzoni possa essere anche quello di cronista, che mette in musica ciò che accade. Il centro commerciale è un simbolo del nostro tempo. La globalizzazione tende ad omologare, a rendere tutto simile e rassicurante. Siamo spaventati dall'idea di diversità, vogliamo andare sul sicuro, affidarci a marchi, oggetti e servizi che in qualche modo ci raffigurino. Abbiamo bisogno di punti di riferimento certi e spesso li troviamo in una realtà non realtà. Come nei social, che diventano una sorta di surrogato. È diventato più importante il racconto della realtà che la realtà stessa. Sono convinto che arriverà il momento in cui vorremo rimpossessarci della nostra umanità.

Negli anni '90 cantava la genuinità della vita di provincia. Com'è oggi?

Noi non sapevamo cosa succedesse al di fuori dei confini della nostra piccola città: quello era il nostro mondo. Dovevamo spostarci per avere uno spaccato della realtà esterna. Il pop ci veniva raccontato dalle radio, l'informazione era difficile da trovare ma c'era più voglia di sapere le cose. Oggi si sa troppo di tutto, circola troppo, ma c'è meno voglia di andarselo a cercare. La provincia è cambiata in questo senso. Oggi un ragazzo di provincia vede le stesse cose di un suo omologo di una grande città e forse si sente ancora più escluso.

Ha detto di aver sempre avuto un forte sentimento di nostalgia verso il passato, fin da giovanissimo. Come sarebbe “Gli anni” se la scrivesse oggi?

L'ho scritta a 28 anni e non so di cosa avessi nostalgia in realtà, forse di quando ne avevo 14. Del passato mi manca e mi mancherà quello stupore, quella freschezza di una volta. Quando sognavamo l'America con "Happy days", quando vedevamo un film particolarmente bello nelle sale, quando si affrontava la vita con gli amici. Probabilmente la scriverei uguale.

Il suo stile sa essere nello stesso tempo fresco, come ai tempi degli 883, e maturo...

Credo di avere in comune con il me stesso di allora la voglia di affrontare ogni canzone, ogni disco. Ho sempre la curiosità di vedere dove mi porterà quel percorso, quella voglia di stupirmi per ciò che faccio.

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