MAZZETTE IN SICILIA

Accettavano nel sito di contrada Bagali di Melilli rifiuti, anche speciali e pericolosi, da diverse parti d’Italia, compreso il “polverino” dell’Ilva di Taranto, anche se non proveniva dall’Ato di...
Accettavano nel sito di contrada Bagali di Melilli rifiuti, anche speciali e pericolosi, da diverse parti d’Italia, compreso il “polverino” dell’Ilva di Taranto, anche se non proveniva dall’Ato di Siracusa come prevedeva la norma. Li portavano in aree diverse da quelle autorizzate, li abbancavano sollevando polveri che si disperdevano nell’ambiente, miscelavano e trituravano rifiuti pericolosi e non che poi venivano inviati a un termodistruttore che provocava la caduta di diossine. Il tutto senza temere controlli da parte della Regione o dal Comune grazie a complicità di colletti bianchi. È il quadro che emerge dall’inchiesta della Dda della procura di Catania che ha portato all’arresto di 14 persone, sette in carcere e altrettante ai domiciliari, per il traffico illecito di rifiuti, corruzione, falsità ideologica e traffico di influenze illecite. Tra i destinatari del provvedimento ci sono l’ex funzionario regionale Gianfranco Cannova (foto), un funzionario del Comune di Mellili, Salvatore Salafia e il funzionario del Dipartimento Acque e Rifiuti della Regione Siciliana, Mauro Verace, al quale sono stati concessi i domiciliari. Al centro dell’inchiesta la discarica della Cisma Ambiente. Il Gico della Guardia di finanza di
Catania ha sequestrato beni per 50 milioni di euro riconducibili agli imprenditori Antonino Paratore e al figlio Carmelo, che sono stati arrestati. Le indagini, condotte dal 2012 al 2015, e che hanno avuto riscontri anche da dichiarazioni di collaboratori di giustizia, avrebbero fatto emergere quello che per la procura è stato un illecito traffico dei rifiuti gestito dai Paratore, ritenuti legati al boss Maurizio Zuccaro della “famiglia” Santapaola-Ercolano, per il quale avrebbero agito anche quali prestanome. L’inchiesta parte dopo il ritrovamento al largo della Toscana di bidoni contenenti prodotti dei catalizzatori esausti del petrolchimico, non più rigenerabili, di cui si occupava la Cisma Ambiente. Il gruppo, inoltre, avrebbe fatto ampliare la discarica e questo, per l’accusa, sarebbe avvenuto «con la connivenza di pubblici funzionari della Regione Siciliana deputati al rilascio delle autorizzazioni».

