Mennini, 44 anni di inchieste «Un buon pm sa ascoltare tutti»

28 Maggio 2020

Il Pg d’Abruzzo compie 70 anni e va in pensione: il magistrato delle grandi inchieste si racconta Ha lavorato a Pescara, L’Aquila, Chieti e Teramo. Persino chi ha fatto arrestare lo ha ringraziato

PESCARA. «Un pubblico ministero deve sapere ascoltare, comprendere e cercare anche prove a discarico dell’imputato. Ed io sono nato inquirente». Così dice il procuratore generale Pietro Mennini che questa mattina, all’Aquila, conclude la sua prestigiosa carriera. Non ha mai rilasciato interviste, tranne oggi.
Ma ne valeva la pena.
Procuratore Mennini, quanti anni ha dedicato alla giustizia?
«Quarantaquattro dei miei 70 anni».
Secondo lei la giustizia è una meta raggiungibile?
«Sicuramente è una meta raggiungibile ma non sempre pienamente perché la verità processuale corre su un binario diverso dalla verità reale. Spesso s’incontrano, o meglio raggiungono lo stesso punto di arrivo, e spesse volte no».
Le è mai capitato di ricevere un ringraziamento da un imputato che ha fatto arrestare?
«Tante volte, e mi ha commosso sempre. Mi ha dato il segno che, nonostante l’attività giudiziaria infligga sofferenze alle persone perseguite dalla giustizia, se si procede con il rispetto dell’uomo si instaura un rapporto non dico d’amicizia, perché sarebbe troppo, ma di rispetto tra le parti. Mi è capitato tante volte e questo mi dava serenità e un senso di soddisfazione spirituale».
Pietas, umanità, comprensione. Un inquirente ha queste qualità?
«Le deve avere. Non so se siano doti naturali, ma sicuramente è l’approccio che la nostra Costituzione ci impone. Prima di tutto c’è il rispetto dell’uomo. Non ho mai trattato nessun tipo di procedimento come un mero numero, mi sono sforzato sempre di rendermi conto, di capire e comprendere, per conformare il mio atteggiamento perché davanti avevo un uomo con il suo carico di responsabilità e sofferenza.
Capire chi ci sta davanti è una cosa difficile, ma assolutamente indispensabile. E, soprattutto, bisogna far parlare, avere la capacità di ascoltare e di cercare, di conseguenza, i riscontri alle linee difensive. Perché, come ci insegna il nostro codice di procedura penale, il pubblico ministero non deve trovare soltanto le prove a carico ma ha l’obbligo di cercare anche le prove a discarico dell’indiziato».
Quali tra queste due è stata per lei l’inchiesta più difficile e lunga: tangentopoli o l’omicidio Di Resta?
«Sono state entrambe difficili, ma con difficoltà diverse. In quella per l’omicidio del maresciallo Marino Di Resta (settembre 1996, ndr) avevamo un coinvolgimento emotivo perché era stato ucciso un uomo dello Stato che aveva sacrificato la propria vita in difesa dei cittadini e della legalità. È una inchiesta che mi ha coinvolto molto. È stata una battaglia anche sotto il profilo processuale perché c’era una fila di avvocati estremamente agguerrita e gli stessi imputati, che provenivano da organizzazioni criminali di spessore, hanno dimostrato tutta la loro scaltrezza, cercando di mettere in difficoltà la corte d’Assise e il pubblico ministero con argomentazioni metagiuridiche. Ricordo i tentativi continui di far rinviare le udienze per scuse platealmente inventate. Ricordo la sceneggiata che fece uno degli imputati, facendo finta di stare male con l’intervento dell’avvocato che si stracciava la veste e implorava la sospensione dell’udienza. Poi con l’intervento del medico, chiamato dalla corte d’Assise, si venne a scoprire che era tutta una sceneggiata. Ricordo tanti piccoli episodi. La moglie di uno degli imputati che fu sorpresa all’interno dell’aula della corte d’Assise con una pistola perché evidentemente aveva programmato qualche azione. Dall’altra parte, ricordo la presenza assidua della vedova del maresciallo Di Resta che ci ha accompagnato in tutto il percorso processuale insieme al suo difensore che all’epoca era l’avvocato Paolo Marino. La sua è stata una presenza che ci spingeva ad affrontare le difficoltà con maggior coraggio e con maggiore insistenza.
Tangentopoli è stata invece un susseguirsi di episodi: un vaso di Pandora che si è aperto e ha messo in evidenza qualcosa che, probabilmente, noi immaginavamo fosse lontano dall’Abruzzo, che era sempre stato considerato un’isola felice. Riscontrammo, invece, che anche nella nostra società civile, a livello di responsabilità politiche, c’erano, purtroppo, condotte che violavano la legge. Anche in questo caso è emersa la cifra dell’atteggiamento della pubblica accusa, con l’esempio del procuratore Enrico Di Nicola, che è stata quella della prudenza e del rispetto degli imputati anche se, purtroppo, alcune scelte sono state severe e dolorose per le conseguenze che hanno comportato per gli imputati e per le loro famiglie».
Lei ha conosciuto l’intero Abruzzo con le sue debolezze e le sue persone virtuose. Che ricordi ha di Pescara, Teramo, Chieti e, infine, L’Aquila?
«Teramo è stata la mia prima destinazione come pubblico ministero perché i primi due anni di funzione li ho svolti a Biella come pretore. Passai, poi, dalla giudicante alla requirente e scoprii che la funzione di pubblico ministero era già nel mio destino. Mi ritornò in mente il giorno in cui mia madre attaccò le cifre sulla toga “P.M.”, Pietro Mennini, cioè pubblico ministero. E da lì ho sempre fatto il pubblico ministero. L’Abruzzo ha realtà cittadine e sociali diverse. Teramo era una società viva, ma anche meno difficile rispetto a Pescara che era già avanti come dimensioni, nel progresso in senso lato, come attività commerciali e con un’attività criminale diversa. A Teramo, Pescara, così come altrove, sono stato molto fortunato perché in tutti gli ambienti e gli uffici ho trovato colleghi, personale e avvocati con i quali sono riuscito a instaurare un rapporto di lealtà e collaborazione virtuosa che non sempre ha accompagnato l’attività giudiziaria in generale.
A Chieti mi sono innamorato della città, della sua cultura e della sua tradizione storica, e delle persone molto colte e preparate. L’Aquila mi è entrata nel cuore. Ho cercato di condividere la sofferenza e lo sforzo di crescita che ha fatto la città. All’Aquila, per quanto riguarda la procura generale, mi sono sforzato di dare un indirizzo affinché la procura diventasse superiore per apertura verso le esigenze dei colleghi, della cittadinanza, e rappresentasse il punto di riferimento per tutti i requirenti del distretto d’Abruzzo. Ho lasciato sempre aperto il mio ufficio, nessuno ha mai trovato difficoltà ad entrare. Così ho visto anche episodi di gente che veniva a raccontare le proprie difficoltà personali, sbagliando indirizzo perché, purtroppo, l’autorità giudiziaria non poteva aiutarle. Ma anche se istituzionalmente la funzione del pm non è proprio quella di “soccorrere”, mi sono sempre sforzato di fungere da intermediario con le istituzioni preposte ad interessarsi dei problemi delle persone che venivano a chiedere aiuto al procuratore della Repubblica».
Un suo maestro di vita: chi è oppure chi era?
«I maestri di vita personale sono i miei genitori e i miei due fratelli, Pier Giorgio, missionario che purtroppo è scomparso, e Antonio, arcivescovo. Per la mia attività professionale ho avuto tanti maestri. Chi ha inciso di più è stato Enrico Di Nicola, con il quale ho instaurato un rapporto di colleganza vera e di vera amicizia».
Lei ha lasciato ovunque un ottimo ricordo di sé. I suoi assistenti quasi l’adoravano. Perché? E che cosa si sente di dire a ciascuno di loro?
«Ho scritto un messaggio a tutti i miei collaboratori, non soltanto a quelli dell’ultimo periodo, ma a tutti quelli che in questi lunghi anni mi hanno supportato e sopportato. Da soli i magistrati non ce la possono fare. Hanno bisogno dell’aiuto dei collaboratori, dei cancellieri, dei segretari, degli assistenti. A loro va il merito dei risultati raggiunti. A ognuno di loro deve andare la riconoscenza dei magistrati, ma anche dei cittadini. Ho sempre pensato di creare in ufficio un clima di serenità, fiducia e di valorizzazione di ciascuno. Ho cercato di evitare che si potessero creare nicchie di potere o oasi di disimpegno. Ciascuno doveva essere coinvolto in un progetto comune, sentirsi importante e parte del progetto, gratificato per il lavoro che svolge. C’è un luogo comune, quello che gli impiegati dello Stato non lavorano. Le assicuro che c’è gente che lavora con impegno e serietà, sacrificando spesso la propria famiglia. Gente responsabile e capace di rispondere alle esigenze dei cittadini. Io li ho tutti nel cuore. Sono stato un uomo fortunato ad averli avuto al mio fianco».
Il suo rapporto con gli avvocati si può sintetizzare con un episodio: una volta, dopo una sua requisitoria memorabile in corte d’Assise a Chieti, uno dei penalisti più famosi d’Abruzzo si alzò e venne ad abbracciarla. Una scena del genere difficilmente si vede. La ricorda?
«Perfettamente. Avevo appena chiesto una condanna di un giovane per omicidio, ma mi ero sforzato di rappresentare alla Corte che a quel giovane, nonostante l’errore, come previsto dalla finalità della pena, doveva essere riconosciuta un’opportunità di recupero. Quel ragazzo doveva avere una chance per ravvedersi e rientrare nel consorzio civile con tutti i diritti dopo aver scontato la pena. Aveva sbagliato, ma aveva una vita davanti per recuperare e guadagnarsi nuovamente la stima verso se stesso e degli altri. Con gli avvocati c’è sempre stato un rapporto di collaborazione e rispetto. Ho sempre ritenuto che la loro funzione sia fondamentale, è parte integrante del sistema giustizia. Insieme abbiamo cercato la verità e l’affermazione della giustizia».
Infine, troviamo una sintesi. Si può essere missionari, come lo è stato in India un grande uomo, suo fratello Pier Giorgio, anche lavorando una vita per la giustizia? E cosa le hanno lasciato 44 anni di professione?
«Sono due approcci completamente diversi. L’attività della giustizia non è una missione: è un’attività professionale che dev’essere laica. Il termine missione evoca qualcosa di spirituale. Di questi 44 anni mi rimangono tantissimi ricordi. Quando qualcuno di noi lascia una sede o va in pensione, dovrebbe lasciare il profumo o quantomeno nessun cattivo odore. Porterò con me il profumo della lealtà, dell’impegno, della colleganza, l’esempio che i miei collaboratori mi hanno dato dell’attaccamento alla professione. È come un film: mi giro e vedo scorrere personaggi infiniti, momenti difficili, belli, di sofferenza e anche di dolore quando sono venuti a mancare collaboratori. Penso a Camillo Di Martino, il cancelliere di Chieti, che era una persona eccezionale. E come non pensare ad Antonella Redaelli con la quale mi legavano un affetto e un’amicizia vera. La sua scomparsa ci ha addolorato.
Se faccio un bilancio, i momenti belli sono stati la gran parte della mia vita professionale. E oggi dico grazie a tutti».