«Mense, costi gonfiati per assumere gli amici»

15 Aprile 2017

Un rapporto della finanza rivela: spese inutili solo per inserire nuovo personale E la Corte dei Conti accusa: mancati controlli del Comune per favorire la ditta

PESCARA. Costi gonfiati per pagare le assunzioni dei raccomandati dei politici. È un altro retroscena dell’inchiesta sull’appalto da 17 milioni di euro per le mense scolastiche di Pescara vinto dalla Cir Food: «È evidente che l’incremento dei costi è generato dal continuo inserimento di personale alla Cir», rivela un rapporto della guardia di finanza inviato in procura. Un «sistema» che, secondo gli investigatori, andrebbe avanti addirittura da un «decennio»: «Esiste un consolidato sistema di segnalazioni provenienti da personaggi politici locali. Questo tipo di attività è stata assicurata nell’ultimo decennio dalla Cir Food».

Il prossimo 10 maggio si aprirà il processo per 6 imputati, il funzionario del Comune Paolo Di Crescenzo, già referente del servizio mense, l’ex dirigente comunale Germano Marone e 4 dipendenti della Cir, colosso della ristorazione con sede a Reggio Emilia. Le accuse, a vario titolo, vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta fino al falso e alla frode nelle pubbliche forniture: per gli inquirenti, in tre anni, la Cir Food avrebbe risparmiato circa 600 mila euro. E così la finanza descrive il «meccanismo» delle assunzioni: «Il sistema permette all’ente comunale che non possa procedere ad assunzioni, per le più svariate motivazioni, come il rispetto del patto di stabilità o altro, la “creazione di posti di lavoro” i cui costi non gravano direttamente su quelli del personale dell’ente ma si traslano su quelli dell’appalto per i servizi di supporto alle mense». E, secondo la finanza, «il sistema» si regge sull’aumento «ingiustificato» delle ore di servizio con conseguenti «costi inutili»: «Si rileggano le ingiustificate richieste di incremento del monte ore giornaliero da parte della stazione appaltante e al conseguente riconoscimento alla Cir Food di ulteriori incrementi economici». Un «meccanismo» di cui parla anche un indagato, Marone, durante una seduta della commissione comunale di Vigilanza del 17 settembre 2014 richiesta dal consigliere del M5S Massimiliano Di Pillo, autore poi dell’esposto che ha fatto scattare l’indagine: «Un elemento che potrebbe far diminuire il costo è la diminuzione del costo della politica», dice Marone. E la finanza interpreta così la sua frase: «L’affermazione è chiaramente allusiva a un sottostante sistema generatore di costi inutili. È evidente che l’incremento dei costi è generato dal continuo inserimento di personale nell’organico della società gestrice dell’appalto. Numerose», dice la finanza, «sono state le conversazioni relative all’assunzione di personale, direttamente o indirettamente, riconducibile a personaggi politici locali».

Ma non ci sono solo le intercettazioni a svelare le assunzioni dei raccomandati: negli uffici della Cir Food è stata sequestrata una lista di dipendenti con accanto «l’annotazione del personaggio politico di riferimento che raccomandava il lavoratore».

L’appalto delle mense è finito anche sotto la lente della Corte dei Conti che ha condannato, in primo grado, Di Crescenzo e Marone a risarcire quasi 700 mila euro al Comune (630 mila Di Crescenzo e 55 mila Marone) e la sentenza parla delle ore di lavoro incrementate senza apparenti motivi: «Alcuni documenti extracontabili sequestrati presso l’impresa hanno fatto emergere l’esistenza di una doppia registrazione delle ore-uomo erogate nel servizio (l’una fittizia, ad uso dell’amministrazione comunale, e l’altra veritiera, ad uso solo interno, caratterizzata addirittura dal conteggio di un valore numerico in un campo denominato ore farlocche».

E i giudici contabili puntano il dito su una presunta mancanza di controlli da parte del Comune: «Le acquisizioni documentali e le intercettazioni hanno fatto constatare come alcune richieste di erogazione di prestazioni aggiuntive nascessero da esigenze reddituali e operative della Cir Food e fossero supinamente accettate dal Comune senza alcun vaglio critico, a dimostrazione del fatto che il contratto era eseguito a piacimento e nell’interesse precipuo dell’impresa piuttosto che dell’amministrazione appaltante».

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