Mercati esteri, l’Abruzzo al 27° posto internazionale

Studio analizza il livello d’innovazione e competitività di 96 aree di quattro Paesi: Stati Uniti, Germania, Italia e Canada. L’economista Mauro: «Dati confortanti»
PESCARA. Abruzzo al 27° posto in ambito internazionale per la globalizzazione. Vale a dire la capacità di partecipare ai mercati esteri. Non solo automotive e farmaceutico. Riprendono quota il tessile/abbigliamento/pelletteria e l’alimentare/bevande. Lo si legge in una recente indagine comparativa (riferita al 2022) denominata Transatlantic subnational innovation competitiveness index e promossa dall’Information Technology and Innovation Foundation, l’Istituto Economico Tedesco, l’Istituto per la Competitività e l’Istituto Macdonald-Laurier. Così analizza i dati l’economista abruzzese e docente universitario Pino Mauro.
Che valore ha questa ricerca?
«Lo studio esamina il livello d’innovazione e competitività di 96 tra stati, regioni e province di quattro paesi: Stati Uniti (50 stati), Germania (16 stati) Italia (20 regioni) e Canada (10 province). Vengono utilizzati 13 indicatori all’interno di tre direttrici fondamentali: economia della conoscenza, globalizzazione e capacità d’innovazione».
Cosa emerge per l’Abruzzo?
«In quest’indagine così recente e importante primo in classifica è il Massachusetts con un punteggio totale di 95, la Calabria è in coda con 5,8. Per la globalizzazione si fa riferimento, ad esempio, alle esportazioni tecnologiche e agli investimenti diretti esteri, mentre per la capacità d’innovazione ci si riferisce essenzialmente ai brevetti e alla ricerca e sviluppo. Infine, per l’economia della conoscenza, si analizzano la popolazione con alto profilo formativo, la produttività del lavoro e la formazione tecnico-scientifica. L’aspetto principale che emerge dall’indagine, e che dà il senso del ruolo e della posizione che la regione occupa su temi così cruciali per il futuro, è che nella graduatoria delle aree italiane l’Abruzzo si colloca all’ottavo posto dopo regioni fondamentali come Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Lazio e Veneto».
In quale ambito specifico eccelle l’Abruzzo?
«All’interno di questo punteggio comparativo tra le regioni italiane ce n’è uno particolarmente rilevante e che merita una citazione: è il dato della globalizzazione. Da questo punto di vista, nella graduatoria generale che comprende tutte e 96 le regioni, incluse quelle esaminate, l’Abruzzo si colloca al 27° posto, prima delle Marche, e subito dopo Emilia, Piemonte e Veneto».
Cosa dimostra questo dato?
«Possiamo dire che abbiamo un’imprenditoria specializzata in particolari settori produttivi. È vero che noi poniamo continuamente l’accento sull’automotive e sulla meccanica, però c’è un ventaglio produttivo piuttosto variegato».
Quali sono i settori-traino?
«Se osserviamo i dati dell’export, quindi della competitività sui mercati internazionali, è presente la farmaceutica, oltre ai settori alimentare e bevande. Ma vediamo che si sta ricomponendo bene, dopo tanti anni di curva decrescente, il tessile/abbigliamento/pelletteria».
Cosa significa?
«Che abbiamo un’imprenditoria che si basa sulla qualità ed è presente sui mercati esteri. Questo dato non va sottovalutato perché si pensava – o meglio si temeva – che, dopo il terremoto, ma soprattutto dopo le recenti crisi riguardanti la pandemia e la guerra in Ucraina, i cambiamenti geopolitici, e, non ultimi, i dati sull’inflazione e il rialzo dei tassi d’interesse, questi avvenimenti potessero colpire e danneggiare, nel lungo termine, le filiere produttive abruzzesi. E quindi minare la competitività del sistema economico della regione, la sua capacità produttiva. Nonostante tutto ciò, abbiamo una stima del Pil abruzzese per il 2023 che è in linea con quello riguardante l’Italia quando invece, fino a pochi mesi fa, si parlava di recessione produttiva. Emerge, dunque, il ritratto di una regione operosa».
E il mercato del lavoro?
«Se prendiamo in considerazione il 2022 rispetto all’anno precedente – quindi un confronto di tipo annuale, che è quello che dovrebbe essere esaminato sempre in quanto è sull’anno che si fanno le valutazioni e si prendono i provvedimenti – osserviamo che l’occupazione è rimasta praticamente invariata in Abruzzo. Non è diminuita di 10mila unità, ma ha avuto un calo soltanto dello 0,3%. In termini quantitativi si è passati da 484mila a 483mila unità (mille in meno). C’è da aggiungere, in termini positivi, che il tasso di occupazione è aumentato dal 57,8 al 58,4%, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto praticamente invariato al 9,4%. È bene far presente che il tasso di disoccupazione nel 2019 era dell’11,1%. Certamente, le analisi possono essere condotte anche a livello trimestrale, però ritengo che tale valutazione sia inappropriata perché l’andamento dei trimestri può subire cambiamenti profondi nell’arco dell’anno. Intervengono, infatti, numerose variabili come la stagionalità, legata al turismo nel terzo trimestre, la congiuntura, il numero dei contratti a tempo definito che vengono estinti e poi se ne aprono altri, e così via. Un esempio: nel primo trimestre 2022 (a confronto col 2021) l’Abruzzo ha avuto un incremento del 5,1% mentre nel secondo solo lo 0,1% in più, e nel terzo ha avuto un calo. Se si passa al 4° trimestre si ha un incremento del 6,2%. Quindi questi dati, nell’arco dei vari trimestri, tendono a variare ecco perché la riflessione va posta sull’anno: il periodo complessivo tende a compensare i vari andamenti trimestrali. Sulle classi di età, nell’anno 2022 rispetto al 2021 l’Abruzzo registra un tasso di occupazione che aumenta nella classe 18-29 e s’innalza anche in quella 45-54 anni. Semmai, il problema che si pone per il mercato del lavoro è quello di un approfondimento sui grandi cambiamenti che in esso si stanno generando».
Un quadro senza ombre?
«Tutte le considerazioni in positivo che sono state fatte danno gratificazione alle azioni di supporto ai provvedimenti di sostegno che ci sono stati a favore delle famiglie e delle imprese. Ovviamente non significa che non esistano elementi di disagio o criticità, che il Pnrr dovrebbe poter contribuire a superare. Faccio riferimento al fenomeno delle disuguaglianze, del disagio sociale diffuso, alla necessità di potenziare le grandi infrastrutture, come ferrovie, porti e aeroporto, ma soprattutto al problema dell’innovazione della produttività, al rafforzamento delle Pmi che sono l’ossatura della nostra regione e a un Pnrr che, in un certo senso, faccia passare la regione dalla cultura dell’assistenzialismo a una cultura più avanzata, quella dello sviluppo».
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