«Mio padre salvò la Figlia di Iorio nessuno lo ricorda»

Gianni Santoleri, figlio del pescarese che nel ’43 sottrasse il dipinto ai tedeschi fuggendo a Penne
PESCARA. Se oggi nel palazzo della Provincia gli abruzzesi possono ammirare “La Figlia di Iorio”, capolavoro dipinto da Francesco Paolo Michetti alla fine dell’800, è grazie a una vera e propria impresa che, in piena guerra, realizzarono Giuseppe Santoleri e Vittorio Bianchini. I due partirono nottetempo da Penne, paese di Bianchini, dove Santoleri, pescarese, era sfollato con la famiglia: erano stati incaricati di trafugare il quadro nella Pescara occupata dai tedeschi, che i nazisti volevano portare in Germania.
Una vera e propria impresa nella quale rischiarono la vita, e che nell’immediato dopo guerra racconta il quotidiano Momento Sera, che fino agli ’50 aveva anche una pagina abruzzese. Un’impresa che però oggi pare completamente dimenticata, come rivela Gianni Santoleri, quinto dei cinque figli di Giuseppe, all’epoca 43enne.
IL RACCONTO. «Io avevo pochi mesi all’epoca, ma mio padre mi raccontò tante volte di quella notte», spiega Santoleri junior, «lui e il suo amico erano partiti con un 1100 furgonato in piena notte: le strade rotte, al buio. Pescara era stata bombardata, c’erano macerie dappertutto. La cosa che gli è rimasta più impressa? I denti che battevano per la paura: se li prendevano, li fucilavano sul posto».
OPERA AMATA IN GERMANIA. Il quadro di Michetti era apprezzato in Germania, tanto che il kaiser Guglielmo II, lo vuole nella sua collezione personale. Durante il Terzo Reich “La Figlia di Iorio” fu inserita nella Galleria nazionale di Berlino, torna in Italia per essere esposta alla Biennale di Venezia del 1932: qui il ministro pescarese Giacomo Acerbo avvia le trattative per riportarla in Abruzzo. La Provincia, presieduta da Domenico Tinozzi, la compra per 36.000 marchi, e il quadro simbolo dell’Abruzzo riprende posto nel palazzo del Governo in piazza Italia.
IL QUADRO A RISCHIO. Negli anni burrascosi della Seconda guerra mondiale l’opera sta però per riprendere la via di Berlino. Nel 1943, con gli Alleati che incalzano da sud, i nazisti sono pronti a lasciare Pescara occupata. I gerarchi, notoriamente appassionati d’arte, mettono in conto di portare via le opere di pregio: tra queste c’è “La Figlia di Iorio”.
IL PIANO DI SALVATAGGIO. Si progetta perciò di mettere al sicuro il capolavoro di Michetti. Si individua un nascondiglio a Penne, e si tasta il terreno con il vescovo Carlo Pensa. Il soggetto, tutt’altro che religioso, frena la trattativa. Alla fine il prelato si fa convincere e concede un locale nei sotterranei nel seminario diocesano. Trovato il nascondiglio, non restava che portarci la tela.
L’IMPRESA. Fatto il piano, servono i coraggiosi. «Occorrevano uomini di un certo ardimento e, nello stesso tempo, fidati e intelligenti», racconta Momento Sera. Bisogna agire con urgenza e con mezzi rapidi. E così vengono fuori Santoleri e Bianchini, ai quali viene destinato un compenso di 30.000 lire.
«Che incosciente mio padre a fare una cosa del genere», ricorda il figlio Gianni, «con cinque figli e per due soldi... Ma forse l’avrei fatto anch’io!». Si studia il piano, si analizzano i movimenti dei tedeschi e le vie da percorrere. Santoleri e Bianchini partono in piena notte, arrivano a Pescara e, con la complicità di funzionari conniventi, entrano da un ingresso secondario nel palazzo del Governo. Infrangono un vetro per far pensare a un furto e non a un piano preordinato. Raggiungono la tela, la arrotolano e la caricano sul furgone per portarla a Penne, Qui resta fino a guerra finita, quando viene restaurata e risistemata nella sua cornice, nel palazzo della Provincia.
L’APPELLO. «Oggi questo quadro è uno dei dipinti più importanti realizzati da una pittore abruzzese, uno dei più noti», dice Santoleri, «fa bella mostra di sé in un palazzo importante, e credo sia giusto che ci fosse almeno una targa per ricordare quei due “matti” di cui tutti si sono dimenticati, ma che allora hanno rischiato la vita per due lire per fare in modo che “La Figlia di Iorio” restasse in Italia».
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