Monsignor Forte: lo Stato non può interferire sulla libertà di culto

Messe negate, il presule: «È in gioco un principio costituzionale» L’arcivescovo Cipollone: «Ci aspettiamo un ripensamento a maggio»
PESCARA. «Lo Stato non può interferire sulla libertà di culto sancita dall'articolo 19 della Costituzione italiana».
Irrompe così nella diatriba tra Cei e Governo monsignor Bruno Forte, arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto, nonché presidente della Conferenza episcopale di Abruzzo e Molise. Il premier Giuseppe Conte, nell'annunciare le nuove regole in vigore per la fase due dell'emergenza coronavirus, ha spiegato che le funzioni religiose saranno ancora vietate, fatta eccezione per i funerali che dal 4 maggio si potranno celebrare ma con non più di 15 persone. L'ennesimo divieto al culto ha acceso un dibattito che passerà alla storia tra la Cei e il Governo. La Conferenza episcopale italiana, che conta ben 220 vescovi, è entrata a gamba tesa nel dibattito criticando le imposizioni dello Stato e annunciando lo studio di un protocollo per permettere la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni.
«La libertà di culto è un diritto costituzionale fissato dall'articolo 19 dalla costituzione italiana e dall'articolo 10 della carta di Nizza quindi lo Stato non può in nessun modo proibire la celebrazione di un culto e non deve intervenire su di esso», ha precisato monsignor Forte, «i vescovi hanno rivendicato ciò che la costituzione ha sancito e questo vale per ogni religione: islam, ebraismo, eccetera. È in gioco un principio della costituzione che è stato violato. Oggi tutto questo è stato fatto in buona fede con l'intento di fare del bene, ma domani potrebbe essere fatta la stessa cosa ma in modo non costruttivo».
Il no della Chiesa al divieto di celebrare ogni tipo di funzione è per monsignor Forte una banalizzazione della spiritualità da parte dello Stato che avrebbe dovuto dare la possibilità agli stessi sacerdoti di organizzare le celebrazioni con le adeguate misure di sicurezza. «La Chiesa e i pastori devono avere il compito di regolare il culto pensando prima di tutto alla salute dei fedeli ed evitando assembramenti», ha continuato l'arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto, «non ci saranno folle di persone che verranno in chiesa perché c'è anche la paura, ma chi lo desidera verrà e osserverà le regole per la sicurezza comune. Bisognerà rispettare il distanziamento necessario, sanificare gli ambienti di culto e tenere a mente quelle norme che abbiamo già stabilito come la sospensione dello scambio della pace. Io credo che vada riaffermato quanto prima il diritto costituzionale della libertà di culto e la Chiesa con le sue prerogative si deve assumere le responsabilità che il culto venga celebrato tutelando la salute. Si è parlato tanto negli ultimi giorni del cibo, ma facendo questa scelta lo Stato non ha tenuto conto di un altro tipo di cibo: quello spirituale, l'eucarestia, un aiuto alla fede di cui in tanti hanno bisogno. È un principio improvvido della banalizzazione della spiritualità, la chiesa ha il diritto e il dovere di venire incontro ai suoi fedeli».
Critico su quanto deciso dal Governo anche monsignor Emidio Cipollone, arcivescovo di Lanciano-Ortona, il quale spera in un ripensamento del premier Conte per il mese di maggio.
«Dalla fase due ci si aspettava una cosa diversa che però purtroppo non è arrivata», ha sottolineato monsignor Cipollone, «ma sono fiducioso e credo che si stia ancora trattando e spero possa esserci quanto prima un ripensamento per darci la libertà di poter celebrare con il rispetto della sicurezza».
Secondo l'arcivescovo di Lanciano-Ortona «non è opportuno che ogni vescovo vada autonomamente per la propria strada, o che intere regioni decidano per proprio conto. La Conferenza episcopale italiana deve parlare a nome di tutti quanti noi con il Governo e trovare una soluzione per farci tornare a celebrare già a partire dal 10 maggio».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

