il giudizio

Montesilvano. «Violentò una paziente in studio» Medico condannato a due anni

10 Giugno 2026

Sott’accusa tre visite ginecologiche non richieste alla donna che era andata da lui per un certificato.

I fatti si sarebbero consumati nell’ambulatorio del professionista, a Montesilvano, durante il Covid

PESCARA

I giudici della Corte d'Appello dell'Aquila capovolgono la sentenza assolutoria di primo grado e condannano a 2 anni e un mese di reclusione (con la sospensione dalla professione medica per la stessa durata) un medico di Montesilvano, E.L., 70 anni, di origini straniere, che all’epoca dei fatti (nel periodo tra marzo e maggio 2020, in pieno Covid) sottopose una sua paziente (anche lei straniera) a tre visite ginecologiche non richieste.

La donna si era rivolta al medico di base per avere un certificato per la palestra, e invece si ritrovò a denunciarlo per violenza sessuale. Dopo circa tre anni di udienze, il processo di primo grado si concluse (nel marzo del 2025) con l’assoluzione del professionista decretata dal collegio del tribunale di Pescara, con la formula “perché il fatto non sussiste”, (l'imputato era difeso dall’avvocata Nadia Ficcardenti).

Un processo dove il limite tra lecito e illecito era piuttosto labile come sottolineò anche il pm Rosangela Di Stefano che aveva chiesto per l’imputato la pena minima di un anno e mezzo di reclusione.

Tutto ruotava attorno al comportamento avuto dal medico: se deontologicamente corretto o meno. Nel senso che il professionista, nel visitare la donna, per tre volte nell’arco di tre mesi, pur non essendo un ginecologo, avrebbe compiuto delle manovre nelle parti intime della paziente:

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“un’esplorazione”, come lui stesso la definì quando venne sentito dai giudici, per verificare la diagnosi che stava stilando. E questo, anche se la paziente non aveva disturbi ginecologici e semmai aveva qualche fastidio al rene, tanto che nel capo di imputazione si evidenziavano «operazioni tutt’altro che necessarie a fini diagnostici, non conformi alle regole dell’arte medica e non adeguate alla sintomatologia rappresentata, oltre che riservate alle competenze di specialisti».

Sta di fatto che la paziente, che nel processo si costituì parte civile, rappresentata dall’avvocata Melania Navelli, venne fatta spogliare per tre volte dal medico che volle approfondire quel possibile fastidio ginecologico, invece di mandare la paziente da uno specialista. L’accusa concluse la sua requisitoria affermando che il comportamento del medico fu «inopportuno e illecito». Così come sottolineato con forza dalla parte civile che, oltre al risarcimento del danno, aveva chiesto anche una provvisionale di 20mila euro.

Nel dispositivo della Corte aquilana (presidente Alfonso Grimaldi, a latere Laura D’Arcangelo e Andrea Di Berardino) i giudici dichiarano l’imputato responsabile per i reati compiuti nelle prime due visite (nella terza la donna si rifiutò di spogliarsi) e, riconosciuta l’attenuante generica e la continuazione, fissano la pena in 2 anni e 1 mese, dichiarando lo stesso «interdetto in perpetuo da qualsiasi ufficio e sospeso dall’esercizio della professione medica per la durata della pena principale inflitta».

Ora, dopo questa condanna in secondo grado, per la parte civile che ha stilato un puntuale e dettagliato ricorso in appello insieme alla procura, si spalancano le porte del risarcimento in sede civile.

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