Morto per le botte davanti al locale

Disabile stroncato da un’embolia dopo il pestaggio: commerciante di Porta Nuova indagato per omicidio preterintenzionale
PESCARA. «Mio fratello ci riferì che dopo essere stato malmenato, quelli del locale chiusero e se ne andarono, lasciandolo a terra dolorante. Fu una signora a chiamare l’ambulanza». A distanza di 15 mesi dall’episodio seguito dalla morte, cinque giorni dopo, di quell’uomo con problemi psichici, C.C.G. la squadra Mobile di Pierfrancesco Muriana ha concluso le indagini avviate d’ufficio dalla procura, indicando Rocco Granata, 55 anni, originario della provincia di Chieti, come il responsabile involontario di quella morte. L’imprenditore, titolare di un locale avviato e molto frequentato nella zona di Porta Nuova è adesso indagato per il reato di omicidio preterintenzionale aggravato dai futili motivi, come è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini firmato dal pm Paolo Pompa.
Un’accusa che non è una condanna, ma che è comunque infamante per chi, come sottolinea il legale di Granata, l’avvocato Maurizio Mililli, non ha mai avuto problemi con la giustizia. Ma per ora c’è la ricostruzione dell’accusa, una ricostruzione fatta a fatica, senza la collaborazione dei testimoni, ma corroborata dal racconto del 50enne durante il suo ricovero in ospedale e dall’esito dell’autopsia eseguita dal dottor Cristian D’Ovidio dopo la morte del cinquantenne, avvenuta il 12 ottobre del 2014 in seguito a una tromboembolia polmonare massiva. «Per noi non c’è nessun nesso causale tra la morte e quello che è successo», sostiene l’avvocato Mililli a nome di Granata, «non sono fatti neanche da accostare, ma per ora stiamo studiando il fascicolo e non facciamo commenti».
Invece, chi decide di parlare è una delle due sorelle del cinquantenne morto. Entrambe medico, le due donne sono al contrario convinte, pur non avendo presentato alcuna denuncia dopo la tragedia, che «in un politraumatizzato com’era nostro fratello è facile che dopo alcuni giorni da quel pestaggio si siano creati dei trombi che per lui sono stati fatali».
Di quella notte, era l’una del 7 ottobre 2014, la signora sa quello che le raccontò il fratello qualche giorno prima di morire. «È vero, aveva seri problemi psichici che gli si erano manifestati dopo la pubertà», racconta la donna, «era seguito dal Centro di salute mentale e dalla famiglia, ma amava la filosofia, in cui si era laureato, giocava benissimo a scacchi, era stato un bravo calciatore, una persona di grande intelligenza, anche se, come quelli con la sua patologia paranoide, aveva problemi di socialità. Ma di quella notte ha dato a tutti la stessa versione: ai medici che lo caricarono sull’ambulanza durante il trasporto in ospedale, ai poliziotti che intervennero subito dopo e a noi familiari. E a noi», va avanti addolorata la donna, «disse che intorno all’una aveva visto dei ragazzini a suo avviso minorenni all’interno del locale e quindi, rivolgendosi ai gestori chiese come mai ci fossero dei minorenni a quell’ora lì dentro. A quel punto, secondo quanto ricordava lui, ci disse che fu spinto dal titolare, lo stesso che poi cominciò a picchiarlo provocandogli la frattura dell’avambraccio nel tentativo di mio fratello di ripararsi il volto. Poi, come attestavano i lividi, è stato preso per il collo e poi, per il braccio sinistro, scaraventato fuori dal locale. E nel ricadere a terra, mio fratello era alto quasi uno e 90, piuttosto grosso, si è rotto anche il femore. Ma mentre era a terra ci disse che l’altro continuava a tirargli i calci urlandogli di alzarsi che doveva ancora finire. Ma lui aveva il femore rotto, non si poteva muovere, mentre l’altro gli ha tirato altri calci all’addome prima di rientrare nel locale e lasciarlo lì a terra».
Una tragedia che forse si poteva evitare se C.C.G. quella sera avesse accettato l’invito della madre. «Nostro padre era morto cinque mesi prima e mamma si era spostata in centro lasciando la casa a Porta Nuova dove eravamo cresciuti tutti. Mio fratello abitava con loro, che l’avevano sempre seguito, ma dopo la morte di mio padre era voluto rimanere a porta Nuova da solo. Quella sera era stato da mamma che gli disse di rimanere a dormire da lei in centro, ma lui insistette nel voler tornare a casa. Chi poteva immaginare che la notte avrebbe continuato ad andare in giro? Invece, dopo aver sofferto tanto nella vita, ha dovuto fare quella morte inaccettabile. Purtroppo in quel periodo mio padre era morto da poco e mia madre era immobilizzata a casa con un femore rotto, e non poteva controllarlo come avevano fatto sempre i miei genitori e noi sorelle, anche se lui non ci voleva».
«Che cosa mi aspetto adesso? Non mi aspetto niente», conclude la donna, «ma per la memoria di mio fratello anche a nome di mia sorella chiedo una parvenza di giustizia».
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