Muri imbrattati e barboni in piazza Ecco com’è ridotto il centro storico

PESCARA. Sono scarabocchi multicolor quelli che campeggiano sui muri di tanti negozi e abitazioni del centro storico. È l’arte dei teppisti in azione tra le tante attività storiche che abbassano le...
PESCARA. Sono scarabocchi multicolor quelli che campeggiano sui muri di tanti negozi e abitazioni del centro storico. È l’arte dei teppisti in azione tra le tante attività storiche che abbassano le saracinesche a causa «del boom dell’online e la mancanza di passeggio». E altre che provano a rilanciare il quartiere, ultimamente snobbato dalla movida modaiola che si è spostata in via Battisti.
«Teppisti imbrattamuri» li ha definiti l’Archeoclub Pescara che ha denunciato l’ennesima ferita del quartiere natìo di D’Annunzio e Flaiano, azzardando una ipotesi: «C’è una matrice politica».
«Nuova aggressione da parte dei teppisti imbrattamuri al centro storico di Pescara ormai abbandonato all’assoluto degrado» scrivono dall’Archeoclub che invita «i proprietari degli immobili e il Comune a presentare denuncia penale, cosa che ha già provveduto ad inoltrare la nostra associazione». Alla nota dell’associazione sono allegate le immagini di quella che i commercianti di corso Manthonè, via Flaiano e dintorni, definiscono una «scompostezza», gesti di maleducazione «compiuti nottetempo da scellerati che riescono a nascondersi pure alle telecamere».
Occhi elettronici che pure sono in funzione, assicurano i negozianti, i quali giurano di aver speso «montagne di soldi» per far ripulire i muri degli esercizi.
Stessa operazione compiuta anche dai vertici del museo D’Annunzio che l’anno scorso hanno fatto riverniciare le pareti esterne di arancione. E da quel momento non sono state, fortunatamente, più violate dai graffitari di turno.
L’altro scempio sono i resti di Santa Gerusalemme, davanti alla cattedrale di San Cetteo. Dalle teche, ormai offuscate dalla polvere, si intravede il folto delle erbacce aggrappate agli storici reperti medioevali sotterrati e custoditi da pannelli di vetro che nascondono i resti, più che metterli in evidenza allo sguardo di cittadini e turisti. Su questa situazione incresciosa, si infervora lo storico Licio Di Biase: «La solita disattenzione per gli elementi che riguardano la memoria della città» annota con amarezza.
Emanuela De Leonardis, titolare di NoAut abbigliamento in corso Manthonè, situato di fronte alla casa del Vate e operante da 25 anni, rivela di «aver speso tanti soldi per far ripulire le pareti esterne del negozio, poi siamo stati costretti a mettere le telecamere, che funzionano» avverte. E consiglia alle istituzioni di «mettere dei muri della città a disposizione dei writers» affinché possano dare sfogo alla loro creatività.
L’esercizio commerciale è stretto tra un negozio storico di corredi e un altro di abbigliamento che hanno chiuso i battenti di recente. Così come il bar all’angolo di piazza Garibaldi, nei cui locali pare rinascerà un’agenzia immobiliare. All’angolo con casa D’Annunzio, invece, sta nascendo una elegante dimora privata. «A Pescara va tutto di moda e le mode passano» sottolinea De Leonardis, «mentre muoiono i negozi, che chiudono perché non c’è passeggio, per la crisi e per il boom delle vendite online. E con la movida che si sposta in centro mentre piazza Garibaldi è assediata da barboni e skate. Siamo stati dimenticati».
In via Flaiano, angolo via Catone, Matteo Carusi e Marco Dell’Isola, titolari da due anni del pub “Al solito posto”, si sfogano e denunciano il degrado di un’area che definiscono «la sorciara», situata proprio davanti alla loro attività. Uno dei due si arrampica sui muri e fotografa quello che c’è dietro: una distesa di sterpaglie nel cuore delle antiche dimore del centro storico. Domandano, i giovani imprenditori: «Quest’area è privata o del Comune? Chi dobbiamo chiamare per la bonifica?». Poi elencano le poche attività rimaste lungo la stretta via: 3 pub, 1 ristorante, 1 B&b e una sartoria. Il resto è uno spettrale vuoto di saracinesche abbassate. In via Flaiano, come nel resto delle vie del centro storico che si estendono verso la cattedrale di San Cetteo e verso il fiume.
Umberto Fiorillo, titolare del bar Manthonè, con gli ingressi tra l’omonimo corso e largo dei Frentani, riflette: «L’ultima rissa nella piazzetta più di un mese fa, la mattina devo usare la candeggina per ripulire le vetrine e le porte dalle urine dei bagordi della notte, in un ristorante qui vicino hanno spaccato i vetri più volte. E questa viene considerata zona di pregio». Poi la rivelazione: «Mio figlio spesso fa i sopralluoghi notturni per controllare che nel bar sia tutto a posto».
Più in là, Manuela Legnini, titolare del Banco Matta, negozio di moda londinese aperto nel 1978 dalla signora Claudia, lucida i vetri che sono già puliti. Lungo le pareti del suo negozio, campeggiano «i tag, le firme dei writers improvvisati», sostiene l’esercente. Agli occhi profani sono solo pennellate di nero e rosso senza senso. Non le piacciono quegli scarabocchi «sono una scompostezza, una degenerazione dell’arte» ma «non mi danno fastidio» i muri del negozio imbrattati. Anzi, «il mio negozio non si scontra con i giovani» dice la commerciante che sollecita l’amministrazione comunale a dare spazi ai giovani per dare sfogo alle loro passioni.
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