Nella valle verde dove il silenzio urla dolore

Da Montereale a Cornelle, tra Abruzzo e Lazio, case crollate e ancora paura Nessuno però si rassegna. E c’è chi lavora nell’orto dell’abitazione distrutta
La porta dell’inferno è una valle verde. Una striscia d’asfalto lunga pochi chilometri separa la vita e la morte. Cornelle è nel comune di Amatrice in provincia di Rieti ma per arrivarci da Montereale – che è in provincia dell’Aquila – ci si impiegano poco più di 10 minuti. Cornelle di Sotto, come recita una scritta incisa su una pietra all’ingresso del borgo, è un pugno di case che il terremoto ha colpito senza pietà. Due cuginetti di 4 e 10 anni sono volati via, chissà dove e chissà perché. Insieme alla nonna. Quell’angolo di paradiso si è trasformato all’improvviso in un drago cattivo che apre le fauci e tutto inghiotte. Loro adesso sono fra gli angeli. Si dice così quando si cerca una ragione a ciò che la ragione non può spiegare.
A fianco alla casa si vedono un’altalena, la bici, la palla, i giocattoli regalati da mamma e papà. L’edificio su due piani sembra la bocca di una balena, spalancata, con i denti aguzzi che in realtà sono gli spuntoni dei muri frullati e scaraventati giù. Tutt’intorno un silenzio irreale. Quello di un paese in cui il tempo ha detto stop. Chi è sopravvissuto è scappato via. Si sentono solo i campanacci delle mucche al pascolo. Qui in inverno ci vivono pochissime persone, forse non più di cinque. D’estate cambia tutto. La popolazione si moltiplica almeno per 20. Sulla pagina Facebook del borgo è scritto: paese fra Lazio e Abruzzo che offre una vacanza bella e tranquilla. Oggi il vuoto grida dolore. A cento metri dalla casa dei bimbi c’è un allevatore. Aiutato da uomini dell’esercito recupera – salendo con una scala ed entrando da una finestra – l’essenziale: i documenti, qualche oggetto prezioso, il fucile da caccia. Chi viveva qui tutto l’anno si dedicava all’agricoltura e all’allevamento. Chi ci trascorreva l’estate non rinunciava a coltivare l’orticello. Si sale per una stradina stretta e si arriva alle prime case. In un angolo c’è un gattino morto. Anche lui quella notte non ce l’ha fatta, travolto da un’auto in fuga dalla paura. Colpisce il fatto che le stradine che si intersecano fra le case crollate e lesionate non hanno un nome. Basta Cornelle di Sotto, non serve di più. Dalla fontanella al centro del paese esce ancora l’acqua. Nella piazzetta ci sono due panchine di plastica poggiate su un tappeto verde. Il primo rifugio dopo la scossa. Poi lasciate lì. In attesa di tornare. Ma non si sa quando. Le case più vecchie hanno tutte un colore marrone chiaro, quello delle pietre che in questa zona sono state utilizzate da sempre. Su un portale c’è una scritta: 1710. Sono i terremoti che segnano il destino di questi angoli d’Italia.
Nel 1703 una scossa distruttiva – che precedette di pochi giorni quella del 2 febbraio all’Aquila – cancellò tanti paesi, anche Cornelle di Sotto. Torno verso Montereale. A metà strada ecco Roccapassa, altro manipolo di edifici nascosti da una fitta vegetazione. Sempre nel Comune di Amatrice. Per arrivarci c’è una viuzza sulla quale due macchine passano a fatica. Più o meno a metà è fermo un grosso camion. Stanno scaricando qualcosa. Penso: sarà la protezione civile che sta allestendo una tendopoli o forse un gruppo di volontari a sostegno della popolazione. E invece nulla di tutto questo. Quello che vedo è uno di quei gesti di solidarietà che non vengono gridati ai quattro venti. Si fanno e basta. Nessuno ha chiamato giornalisti e telecamere. Io sono lì per un puro caso e solo per questo posso raccontarlo, senza che nessuno me lo abbia chiesto. È la storia di un’amicizia. Quella fra un giovane imprenditore edile di Tornimparte, Loris Di Cesare, e un altrettanto giovane allevatore di Roccapassa, Giorgio Giustiniani. L’allevatore non può lasciare il paese. Deve restare per guardare e “governare” i suoi animali che sono la sua ragione di vita e il suo sostegno economico. E allora l’amico Loris non ci ha pensato due volte. Ha caricato sul suo camion tre container da cantiere e li ha portati da Tornimparte a Roccapassa. «Resto qui», dice Giorgio, «anche per i miei due vicini che lassù (e indica una casa bianca ndr) avevano l’azienda agricola. La sera, dopo il lavoro, tornavano ad Amatrice. Sono morti sotto le macerie. Con loro il nipote di 13 anni, Sergio Giustiniani». Sono le fauci del drago che si allungano da un posto all’altro e in ogni angolo piantano il segno il destino. In cinque minuti sono a Santa Lucia – borgo che d’inverno conta un paio di abitanti – di nuovo in Abruzzo, nel comune di Montereale. Si sale per poco più di un chilometro. All’altezza di un tornante un gruppo di amici ha poggiato una piccola tenda. Su un tavolo, coperto da una tettoia, ci sono bevande, qualche panino, la moka per il caffè. Proseguo e a cento metri dalle case incastonate fra i boschi vedo un uomo anziano, con i baffi, corporatura massiccia e dall’aria un po’ burbera e inquisitoria. «Chi siete, dove andate?», dice a me e all’amico Nando che mi accompagna. Sorrido perché mi ricorda la battuta di un famoso film con Benigni e Troisi. Gli spiego perché sono lì e allora Giancarlo Di Giammarco, così si chiama, si tranquillizza: «Scusate ma sto qui a controllare chi arriva, gli sciacalli del terremoto non devono entrare, dobbiamo difendere quel che è rimasto nelle case». In questi posti la paura si raddoppia: da una parte le scosse che non finiscono mai e dall’altra i ladri che potrebbero finire il “lavoro sporco” lasciato a metà dal terremoto. Pochi metri ancora e trovo una pattuglia della polizia. È lì per vigilare che nessuno entri nelle case pericolanti (il paese è stato evacuato con un’ordinanza del sindaco di Montereale) e a dare un minimo di sostegno a chi è in difficoltà: il segno che lo Stato c’è e non abbandona nessuno, nemmeno coloro che vivono sperduti ai confini del Creato. Ma non tutti si rassegnano a vedere quelle abitazioni chiuse e inaccessibili. Una signora, nel cortiletto sotto casa, “traffica” con una carriola per portare via i prodotti del suo orticello. Un’altra signora, Gilda Orsini, guarda il suo “nido” ancora in piedi ma molto danneggiato. È tentata di entrare ma sa che non può. E così allarga le braccia. Rassegnata. Sono le 11 e corso Italia, il nome della strada principale di Santa Lucia, si affolla all’improvviso. C’è Maurizio Mancini che la notte del 24 agosto era lì con la compagna e con la madre. Racconta momenti di terrore. Dal pavimento della cucina raccoglie un orologio che cadendo a causa della scossa ha perso la pilettina che lo faceva funzionare. Le lancette sono ferme alle 3,36. A fianco c’è l’abitazione della famiglia di Fabrizio e Stefania Pacifici. La loro casa era stata ristrutturata nel 2013 con i fondi del sisma 2009. Le catene inserite sotto il tetto hanno evitato il crollo e salvato loro la vita. Questa è la cosa più importante. Ma adesso bisognerà ricominciare da capo. Un’altra volta. Sperando sempre che la faglia che corre sotto i monti Reatini decida di addormentarsi. Magari per sempre. Lasciando ai bimbi il tempo di sognare.
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