«Nessuno deve profanare il luogo del dolore»

Pronti i turni per le ronde, il Comitato delle vittime davanti alle macerie dell’hotel: la politica non è solo taglio dei nastri
INVIATO A RIGOPIANO. Cinque mesi dopo sono tornati lì, sotto la montagna che gli ha stravolto esistenze e famiglie. La montagna che adesso è verde e ridente, ma che porta ancora tutti i segni della sua furia. Una cascata di tronchi enormi e di detriti che arriva dritta a quel cumulo di macerie che è oggi l’hotel Rigopiano. La tomba dei loro figli, dei fratelli e delle sorelle, del fidanzato e della fidanzata che avrebbero dovuto sposare. E invece.
Invece ieri, a cinque mesi da quel disastro che tutti ripetono «si sarebbe potuto e dovuto evitare», la gran parte di loro è tutta là, dopo una veglia notturna di alcuni nelle tende e nei camper piazzati in quello che ieri è stato il loro quartier generale, la Baita della sceriffa. Una cucina, panche e tavoli all’aperto dove il gestore dell’hotel Roberto Del Rosso era di casa, come gli ospiti e tanti suoi dipendenti.
Una sessantina, ognuno con la foto del proprio caro e un mazzo di fiori bianchi, 29 quante sono le vittime del 18 gennaio, e un’altra volta ancora dietro gli striscioni che gridano giustizia sono partiti a piedi dalla Baita poco prima di mezzogiorno. E in silenzio, con la rabbia e l’amore che crescevano ad ogni passo, sono arrivati fino all’insegna dell’hotel. Nel punto esatto dove da sabato c’è una recinzione arancione a impedire l’accesso ai cacciatori di selfie e souvenir morbosi. Ma dove cinque mesi fa c’era un muro di neve a impedire la fuga a chi da quell’hotel voleva scappare dopo le ripetute scosse di terremoto. Andare via e salvarsi. «Li hanno sequestrati», sospira Angela Spezialetti che con il marito Marcello Martella, di Atri, piange la figlia Cecilia, estetista della spa che proprio il 9 gennaio, nove giorni prima della fine, aveva ottenuto il contratto a tempo indeterminato. È davanti a quel muro invisibile che il corteo si ferma per ascoltare la messa celebrata da don Gaspard Ciey, il parroco di Farindola che dietro a un tavolino di plastica a fare da altare parla di giustizia e di amore prima che vengano nominati, uno per uno, tutti i 29 morti di questa assurda tragedia. «È un dolore che non si può spiegare», dice Mario, il papà di Jessica Tinari con la foto dell’unica figlia sorridente in uno scatto con il fidanzato Marco Tanda. «Lui veniva spesso da noi a Vasto, i ragazzi erano tornati all’hotel per festeggiare il nono anniversario come avevano fatto l’anno prima». È un dolore che prova a spiegare tra le lacrime Diana Cicioni, la mamma di Valentina, l’infermiera del Gemelli di Roma che ha lasciato una bimba di cinque anni e mezzo e il marito Giampaolo Matrone, tra gli 11 sopravvissuti. «Più va avanti e più è peggio. Valentina mi manca ogni minuto, ogni secondo. È uno strazio».
E la giornata di ieri non ha alleviato quello strazio, perché oltre al dolore che ognuno si porta nel cuore, è tornata forte la rabbia di fronte a quei tronchi enormi spazzati come stuzzicadenti, di fronte all’hotel ridotto a un cumulo di macerie e di fronte a quella montagna che nessuno è riuscito a contenere, e che ora se ne sta sazia e beffarda. «Meno male che mia moglie non è venuta», ripete ancora Mario Tinari, «a vedere questo finimondo non avrebbe retto. Una cosa impressionante quello che ha fatto la natura e quello che la leggerezza dell’uomo non ha saputo evitare. Speriamo almeno che serva da monito, che gli amministratori la smettano di prendere le cose così alla leggera. La politica non deve fare solo tagli dei nastri. Deve anche bonificare zone come questa. Con più attenzione e più servizi questo è un disastro che si poteva evitare».
«L’ultima volta che ho sentito quel giorno mia sorella via whatsapp, l’unica comunicazione possibile», racconta Antonella Colangeli, sorella di Marinella, la responsabile della spa, «è stato alle 16,45, qualche minuto prima della valanga. Le ho detto che era crollata la tettoia del Lidl di Penne, “meno male che era chiuso sennò era una disgrazia” le ho scritto. Lei ha fatto in tempo a leggerlo, ma non a rispondermi».
È fatto di piccole cose il dolore, come la bimba di Valentina che, racconta nonna Diana, dal terrazzo di casa adesso guarda con il binocolo l’ospedale «dove lavora la mamma». O come le valigie, e i telefonini e gli oggetti rimasti ancora sotto quelle macerie. Piccole cose sempre più importanti. Per questo ieri, prima ancora della commemorazione, il comitato dei familiari ha messo nero su bianco i turni da fare nei fine settimana estivi per proteggere quello che è rimasto lì sotto. Ronde, con cannocchiali e macchine fotografiche, per fermare, e denunciare, «chi profana questo luogo».
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