Niente indennità da 70mila euro Stop all’ex direttore Dandolo

19 Ottobre 2022

La Cassazione: l’amministrazione Masci non deve pagare il manager che lavorò in Comune con D’Alfonso Al centro del contenzioso l’interpretazione delle clausole del contratto: «No all’emolumento aggiuntivo»

PESCARA. Il direttore generale dell’ex sindaco Pd Luciano D’Alfonso non ha diritto a una buonuscita extra da circa 70mila euro a carico del Comune. La Corte di Cassazione ha deciso che l’amministrazione Masci non deve pagare l’indennità accessoria richiesta da Antonio Dandolo per 6 anni di lavoro in municipio. La sesta sezione civile, con la presidente Adriana Doronzo, ha bocciato il ricorso del superdirigente e chiuso una causa che è andata avanti per 12 anni.
Dandolo era stato direttore generale durante la prima amministrazione D’Alfonso, tra il 15 settembre del 2003 e il 22 maggio 2008; poi, lo era stato ancora dopo la vittoria delle elezioni con il D’Alfonso bis, tra il 15 maggio 2008 e il 5 maggio 2009, ma poi questo secondo contratto era «cessato anticipatamente» per le dimissioni del sindaco a causa dell’inchiesta giudiziaria piombata sul Comune.
Il contenzioso ruota intorno all’interpretazione del contratto di Dandolo, un contratto, così è scritto negli atti della causa, caratterizzato da «poca chiarezza delle clausole». La Cassazione riassume così i fatti dopo l’uscita dell’allora direttore generale dal Comune: «Dandolo aveva agito per richiedere la liquidazione dell’indennità di buonuscita, prevista per entrambi i contratti dall’articolo 6, come emolumento aggiuntivo e distinto rispetto a quelli previsti dall’articolo 3 (vale a dire il trattamento di fine rapporto)». Il Comune però non aveva voluto pagare con questa motivazione: «Il Comune si era opposto deducendo che, in tal modo, vi sarebbe stata una ingiustificata duplicazione di emolumenti (anche perché il Dandolo era un pubblico dipendente, che, cessato l’incarico, era rientrato a svolgere la funzione di vice-prefetto)». In primo grado, al tribunale di Pescara, la domanda di Dandolo era stata accolta. Il quadro è cambiato nei successivi gradi di giudizio, fino alla Cassazione: niente più indennità extra. È passata la linea del Comune, assistito dall’avvocato Gabriele Silvetti: «Con le clausole contrattuali esaminate», dice l’ultima sentenza, «le parti non hanno inteso in alcun modo prevedere due autonome e distinte prestazioni economiche come vorrebbe l’odierno resistente: l’una, indennità di buonuscita e l’altra, un emolumento aggiuntivo di identica entità». La sentenza spiega che Dandolo, difeso dall’avvocato Lorenzo Passeri Mencucci, aveva diritto, alla scadenza naturale del contratto, solo alla buonuscita che «l’ente prevede ad accantonare mediante versamenti all’ente previdenziale». Se la sentenza fosse stata di segno opposto, sarebbe arrivata una stangata per il Comune: tra indennità da saldare, 13 anni di interessi e spese legali, il conto avrebbe superato i 100mila euro. Per Dandolo, invece, oltre a non percepire i 70mila euro richiesti, è arrivata anche la condanna «alla refusione delle spese processuali, liquidate in euro 5mila euro per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in 200 euro, ed agli accessori di legge».
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