«Non vogliamo vivere con l’inquinamento»

7 Ottobre 2017

I residenti bocciano la riattivazione dell’impianto. Gli ex dipendenti invece sperano di tornare al lavoro

PESCARA. Dalle polveri più recenti del sansificio, a quelle più antiche del cementificio, passando per gli odori nauseabondi del depuratore e l'inquinamento elettromagnetico delle gigantesche bobine che sovrastano il raccordo autostradale, a poche centinaia di metri dal centro cittadino. Non c'è pace per i residenti di via Raiale che vivono nelle case a ridosso del cementificio, tra le due uscite autostradali verso Pescara e verso Chieti. E che si sentono «accerchiati» da polveri, smog, fumi, olezzi maleodoranti di varia natura, provenienti da strutture che insistono in un perimetro ristretto, in zona Villa del Fuoco-Tiburtina.
La notizia del probabile, futuro acquisto dell'impianto di via Raiale, ex cementificio, chiuso da un paio d'anni dopo aver mandato in cassa integrazione e mobilità una settantina di dipendenti, non coglie impreparati i residenti che ricordano i disagi patiti nel corso degli anni, ma danno spazio alla speranza. «Non crediamo», dicono anche celandosi dietro l'anonimato, perché molti sono ex dipendenti dell'azienda, «che la struttura venga riaperta come cementificio». «Ma speriamo che serva a dare nuovi posti di lavoro, soprattutto ai giovani», auspicano in coro. Roberto Di Matteo, (il cognome è molto diffuso in quella zona, frutto di insediamenti di popolazioni risalenti a due secoli fa) 60 anni, rivela: «Il cementificio si trovava nel 1956 nell'attuale sede Inps sul lungofiume Paolucci (l'impianto si chiamava Ciarrapico-Pelino, ndc) poi è stato spostato qui. Noi abbiamo dovuto rifare il tetto di casa perché il cemento che colava sull'edificio, con la pioggia, incollava le tegole e col freddo si spaccavano. L'insalata dell'orto non si poteva mangiare, perché era ricoperta di polvere di cemento». «Piuttosto ora abbiamo il problema dell'inquinamento elettromagnetico», conclude indicando la selva di fili e bobine davanti l'abitazione, tra il cementificio e il distributore di benzina.
È caustico un altro residente, operaio dal 1975 al 2012, uscito con cassa integrazione e mobilità: «I politici hanno partecipato alle fiaccolate per far chiudere l'impianto, ma dov'erano quando bisognava salvare posti di lavoro? Il gruppo Sacci ha chiuso a causa della crisi globale, le polveri erano contenute soprattutto nell'era Lafarge. I francesi avevano a cuore gli operai e i residenti tant'è che sistemarono filtri antinquinamento tecnologicamente all'avanguardia». «Il problema non è solo il cementificio», osserva il signor Giuliano, «qui intorno l'inquinamento è ovunque. I tetti delle case da rossi diventavano grigi quando era aperto l'impianto e le automobili erano ricoperte di melma, pioveva cemento un tempo, qui. E che dire della nube tossica del sansificio che sicuramente a breve ricomincerà? Quando è in funzione, di notte le finestre rimangono sigillate, perché non si respira. O dei ripetitori accanto alla Fater? O dei depuratori carichi di liquami che emanano odori insopportabili? Se riaprono qui, speriamo che non sia un cementificio».
Un incubo anche per la signora Stefania, che vive in una villetta proprio quasi di fronte ai cancelli: «Siamo accerchiati dalla puzza, ma perché non hanno lasciato il cementificio sul lungofiume?». Il papà di Paola Di Matteo, Mario, oggi 82enne, era addetto all'insaccamento: «Mio padre si è ammalato e anche altri miei parenti. Tutto intorno a noi era opaco e colloso, viviamo in una zona che è una bomba ecologica. Speriamo solo che nessuno porti altro inquinamento, ma solo lavoro».
Cinzia Cordesco
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