Omicidio Giammarino, processo in Appello

19 Aprile 2018

Penne: in primo grado condannato all’ergastolo Giancaterino, l’avvocato ora chiede l’assoluzione

PESCARA. Comincia oggi, davanti alla Corte di Assise d'appello dell'Aquila, il secondo capitolo della storia processuale sull'efferato omicidio di Gabriele Giammarino, ex maresciallo dell'Aeronautica trovato morto il 13 settembre 2015 nella sua casa di via Castiglione, a Penne. L'imputato è Mirko Giancaterino, 39 anni, condannato un anno fa all'ergastolo per omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà e per incendio doloso. A ricorrere contro il verdetto della Corte d'Assise di Chieti, è l'avvocato Melania Navelli, difensore di Giancaterino, che punta alla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e all'assoluzione "per non aver commesso il fatto" o almeno "riconoscendo la formula dubitativa". In alternativa all'assoluzione, chiede una rideterminazione della pena. Le argomentazioni si fondano sulla «totale assenza di riscontri probatori, richiesti insistentemente dalla difesa proprio al fine di accertare la verità».
Per il legale «esistono solo indizi», mentre, secondo l'accusa, quella domenica di fine estate Giancaterino entrò nell'abitazione e infierì lungamente sul pensionato, 80enne, colpendolo con violenti pugni e 26 coltellate. L'avvocato Navelli pone molti interrogativi, a partire dalle due macchie di sangue appartenenti alla vittima e rinvenute sulla scarpa destra e sul pantalone della tuta di Giancaterino compatibili rispettivamente al 100% e al 50% con il dna del pensionato. «La scarpa stranamente riporta la macchiolina di sangue sulla parte esterna», si legge nel ricorso, «ma la pianta delle scarpe non riportava alcuna presenza ematica, come ad affermare che lo stesso non ha calpestato la scena del crimine, perché è emerso che il Giancaterino non ha lavato le scarpe, e se ciò fosse avvenuto di certo sarebbero risultate tutte pulite». Secondo il legale, «il ritrovamento della macchia di sangue appartenente alla vittima è indicativo che Giancaterino si trovasse nei pressi del luogo dell’evento, ma non è e non potrà essere la sola prova». E ancora: «Avendo Giancaterino una limitazione funzionale al braccio destro, come avrebbe potuto infliggere quelle coltellate con la veemenza così come descritta dal medico legale?». La difesa si sofferma poi sui graffi rinvenuti sulla schiena del suo assistito, sostenendo che «non sono stati minimamente sottoposti ad alcuna comparazione con il materiale subungueale» prelevato dalla vittima. Navelli contesta anche il movente: «L'accusa sostiene il furto», scrive nel ricorso, «ma di cosa? Quali sono stati i beni sottratti? Anzi vi è di più, attraverso la deposizione della moglie emerge chiaramente che gli stessi non avevano bisogno di danaro perché vivevano discretamente». E stigmatizza come «superficiale e generica» la deposizione della donna che viveva al piano di sotto . Infine, mette in risalto che, stando alle deposizioni, «Giammarino non avrebbe mai aperto a chi non conosceva».
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