«Ora il mio impegno riparte dalle periferie»

Fabio Nieddu, 42 anni, una vita dedicata ad aiutare gli altri
PESCARA. Ha trascorso la vita ad ascoltare e difendere le cause degli ultimi. La solidarietà per Fabio Nieddu, 42 anni, pescarese nato ad Atri, di origini nuoresi, è il filo conduttore di tutto il suo operato, prima come scout del gruppo Agesci Pescara 10, poi come avvocato amministrativista e infine come presidente della Croce Rossa locale. Volontario per scelta di vita, sostenuto da «una grande fede» e una «forte spinta innovativa», Nieddu è al secondo mandato, dopo una pausa di 4 anni, come presidente della Croce Rossa pescarese che ha sede in via Avezzano, nel palazzo provinciale, con 450 volontari, tre ambulanze e un pulmimo di servizio. Rieletto il 17 marzo scorso, con la "Cri che sogniamo" ha coniato lo «slogan più forte che il mio cuore ha urlato nella mia mente» e messo nero su bianco gli impegni del prossimo futuro.
Nieddu, i primi obiettivi in agenda?
Con l'aiuto dei volontari, che ringrazio per la loro dedizione, ripartiremo dalle periferie. Apriremo sedi decentrate a Fontanelle, Zanni, Rancitelli per essere d'aiuto alle comunità più disagiate con piccoli doposcuola per fare cultura e lanciare messaggi di legalità. Un altro progetto riguarda l'aiuto concreto (forniture di alimenti e pagamenti di bollette, oltre a uno sportello di ascolto) ai papà separati che, tra affitto e spese di mantenimento di ex moglie e figli, stanno accrescendo le fila dei nuovi poveri. Aiuto reale che si estende anche agli anziani soli chiusi in casa tutto il giorno per malattie, lutti e abbandoni familiari. Per i diversamenti abili, infine, vogliamo creare un bar accessibile con attrezzature, personale e arredamenti a misura di disabile.
Come e quando è nata la passione per il volontariato?
All'età di 15 anni entrai nel gruppo Agesci, ma solo a 18 compresi il vero valore di questa missione quando, per la prima volta, fui inviato nel reparto di ematologia dell'ospedale Santo Spirito per intrattenere i miei coetanei allo stadio terminale della malattia. Dietro un vetro, parlavo con loro, li ascoltavo, strimpellavo la chitarra per strappare un sorriso e allontanarli dalla disperazione.
Ma la svolta arrivò con la nascita del 118 della Asl, più di venti anni fa?
Fu mio padre Costantino, all'epoca dirigente della Regione Abruzzo e prima ancora della Regione Sardegna, ad attivare, insieme con altri colleghi, il servizio di soccorso che a quei tempi esisteva soltanto in Emilia Romagna. Nel 1996, decisi di fare il corso per entrare in Croce Rossa e cominciai l'attività come istruttore di pronto intervento e rianimazione».
Come è arrivato alla presidenza provinciale della Croce Rossa nel 2004?
All'epoca era presidente Amedeo Santacroce, persona di grande esperienza e umanità. Ma io sognavo una Cri dinamica e innovativa, così tentai la candidatura e vinsi col 76 per cento dei consensi. Fu un successo inaspettato, mi dispiacque per Santacroce, ma credo mi abbia perdonato con un bellissimo messaggio inviato all'indomani della mia seconda elezione, pochi giorni fa, in cui si legge: "Un affettuoso augurio... sei la persona giusta per perseguire gli obiettivi degli ultimi e gli invisibili di questa nostra società”.
Nel 2011 lascia il testimone a Gianluca Graziani, per riprendersi la presidenza cinque anni dopo.
In questi anni non ho mai lasciato la Croce Rossa, ho fatto il semplice volontario, ma quando mi è stato chiesto di tornare non ho esitato, nonostante i miei numerosi impegni di lavoro. Perché mi hanno chiesto di tornare? Forse perché ho lasciato un bel ricordo. Ho sempre puntato i miei obiettivi sulla condivisione, il sogno e l'innovazione. I volontari mi seguono forse perché cerco sempre di portare avanti progetti di contenuto elevato e dinamico».
Il momento più difficile?
Il profondo dolore vissuto con i terremotati aquilani. Quella notte del 6 aprile 2009, arrivò la chiamata alle 4.30. Partì subito una colonna di mezzi per issare il campo a San Gregorio. Intorno a noi solo macerie, disperazione, sangue e morte. Il mio pensiero va alle volontarie di Tocco da Casauria e Torre de' Passeri, Daniela Bortoletti e Martina Di Battista, decedute nella casa dello studente. Quella è stata una pagina davvero dolorosa della nostra storia».
I ricordi più felici?
Il primo cenone dei poveri nel Natale 2006. Erano in 150. Fu l'inizio di un percorso di servizi agli indigenti. Ogni giorno, con l'aiuto di altre associazioni, comunità di Sant'Egidio, Vincenziane, Train de Vie, portavamo latte, viveri e coperte ai senzatetto della stazione. Poi le tombolate con i detenuti in carcere e la grande prova dei Giochi del Mediterraneo».
Ha un messaggio per le istituzioni?
Spero che l'amministrazione comunale assecondi il desiderio di potenziare i nuovi progetti dell'associazione.
Il suo carattere è forgiato da radici sarde e abruzzesi.
Mio padre Costantino è di Nuoro, lavorava in Regione. Mia madre Maria Teresa Sciamanda è di Atri, dove sono nato. Dopo il matrimonio, mio padre trovò lavoro alla Regione Abruzzo e venne a vivere a Pescara, mia madre rimase in Sardegna. Io facevo avanti e indietro col traghetto per stare con loro e i miei nonni che mi hanno insegnato a non arrendermi mai».
Hobby?
Piscina e go kart.
Un messaggio ai giovani?
Cercate il talento che è in voi e mettetelo al servizio degli altri.
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