Ora si indaga sulle perizie

8 Giugno 2017

Sospetti di squadra mobile e pm: mai fatti i controlli sul rischio esondazione

PESCARA. Ruota intorno a un documento l’inchiesta sull’affare Pescaraporto: è un parere del 15 marzo 2016 in cui il Genio civile dà il via libera ai lavori sull’area ex Edison lungo la riviera sud tra il ponte del Mare e il porto turistico. Cinque indagati per falso e abuso d’ufficio, già tutti interrogati dalla pm Anna Rita Mantini nel suo ufficio al quarto piano della procura: il presidente Pd della Regione Luciano D’Alfonso, il suo avvocato di fiducia e imprenditore con la Pescaraporto, Giuliano Milia, il dirigente del Comune Guido Dezio (ex braccio destro di D’Alfonso), l’ex consigliere regionale Pd Claudio Ruffini (ex segretario particolare di D’Alfonso), e Vittorio Di Biase, dirigente del Genio civile.
L’atto del 15 marzo 2016 è un documento centrale secondo l’accusa. Perché, il precedente 17 febbraio 2016, Di Biase aveva denunciato una «situazione di potenziale pericolo» per le costruzioni della Pescaraporto a causa della vicinanza con il fiume e aveva invitato il Comune e l’Autorità di bacino a «verificare la regolarità e la compatibilità idraulica delle attività». A distanza di un mese, il 15 marzo, lo stesso Di Biase cambia parere e «prende atto degli specifici accertamenti condotti dalle autorità competenti» e dà il suo sì alla Pescaraporto. Secondo l’accusa, quel parere sarebbe stato concertato tra il privato e il pubblico durante tre incontri nello studio Milia, uno di questi all’inizio del marzo 2016: è un punto fermo dell’indagine e, su questo, sono stati chiamati a rispondere gli indagati durante gli interrogatori. Il più chiaro di tutti, finora, è stato Ruffini: in procura, l’ex segretario di D’Alfonso, ha rivelato che Milia gli avrebbe consegnato la bozza di un documento su cui successivamente lavorare e che lui si sarebbe limitato a portarla da un ufficio all’altro: quasi un atto pubblico di indirizzo che sarebbe arrivato, però, dalla mano privata.
Il parere del Genio civile del 15 marzo parla di «specifici accertamenti condotti dalle autorità competenti», cioè Autorità di bacino e Comune: accertamenti che, secondo l’accusa, non sarebbero stati fatti. Squadra mobile e procura sospettano che il Comune, nel carteggio con il Genio civile firmato dal dirigente comunale Gaetano Silveri, si sia limitato a ripercorrere la storia del progetto ma senza fare verifiche sul rischio esondazione. Un sospetto, niente di più per ora. Su questo, l’indagine è ancora in corso e Silveri è stato ascoltato come testimone: è stato lui a seguire l’iter del progetto e a relazionare in consiglio comunale dopo un’interrogazione del M5S. Ma proprio su questo fronte l’inchiesta potrebbe allargarsi: se qualcuno avesse ignorato di fare controlli sull’area a rischio idraulico, sia in Comune che all’Autorità di bacino, potrebbe ritrovarsi un’accusa di omissione. È uno sviluppo possibile dell’indagine, ma non scontato.
Il parere del 15 marzo ha una particolarità sospetta per gli inquirenti: porta l’unica firma di Di Biase mentre, sul precedente atto del 17 febbraio, c’è anche la firma del responsabile dell’ufficio Tecnico Silvio Iervese. Anche Iervese è stato ascoltato già come testimone. (p.l.)