«Osservo il poeta e cerco di capire come lui pensa»

11 Giugno 2017

“Con Ovidio - La felicità di leggere un classico” raccontato dall’autore Nicola Gardini

In occasione del bimillenario della morte di Publio Ovidio Nasone, il poeta di Sulmona (43 a.C. – 17 d. C.) avvenuta a Tomi, l’attuale città di Costanza sul Mar Nero, in Romania, a seguito della relegazione inflittagli – per ragioni rimaste misteriose – da Cesare Ottaviano Augusto, il professor Nicola Gardini, docente di Letteratura italiana e comparata a Oxford, latinista, narratore, saggista, ha pubblicato meno di un mese fa per Garzanti il libro “Con Ovidio – La felicità di leggere un classico” (p. 188, € 15), che ha presentato il 19 maggio in anteprima a Sulmona. Nicola Gardini ha altresì animato le manifestazioni del bimillenario ovidiano che si tengono nella cittadina peligna.
Professor Gardini, la prima impressione che si ricava dalla lettura di “Con Ovidio” è che sia un libro fuso con lei, quale autore, molto più della normale relazione che lega scrittore a un libro. Esiste un binomio Gardini-Ovidio, rivelato dalla sua lunga e appassionata frequentazione del poeta di Sulmona, di cui lei parla fin dalle prime pagine?
Sì. È un libro in cui ascolto Ovidio, osservo Ovidio, cerco di capire come pensa Ovidio.
Metamorfosi, nel recupero che Ovidio fa della tradizione alessandrina (gli “aitia”) e nella sua riproposizione nella poesia latina, è da lei definita un’opera centrale. Perché?
Le Metamorfosi stanno proprio al centro di quell’universo che comincia con la Grecia e culmina nel Medioevo. Tra i poeti alessandrini e Dante ci sono, appunto, le Metamorfosi, anello di congiunzione ma anche spazio di una geniale commistione tra cose che sono state e cose che saranno. Le Metamorfosi chiudono una tradizione e ne cominciano un’altra, e lo fanno con ferma volontà, sapendo di compiere un’impresa immortale. Le Metamorfosi sono un’opera centrale anche per un semplicissimo motivo: sono una celebrazione continua della vita, che non finisce mai, ma prende solo aspetti diversi. La vita della vita è, certo, faticosa, piena anche di distruzione, ma non è mai annichilimento. “Vivam” è l’ultima parola del poema: io vivrò. In quel verbo parlano sia il poeta sia la sua poesia.
Lei insegna ad Oxford. Ovidio è presente nella cultura anglosassone d’oggi. Basti pensare, per tacer d’altro, alla citazione che T.S. Eliot, di solito così attento a criptare le proprie fonti, fa dell’intero passo di Ovidio su Tiresia, tratto da Metamorfosi, in nota nell’ultima sezione de “La terra desolata”, poema spartiacque della poesia moderna; quello stesso Tiresia ovidiano che Ezra Pound definiva personaggio centrale di tutta la Waste Land. Perché Ovidio è così – forse più che moderno – risonante nella modernità?
Lei cita significativi, importantissimi esempi di fortuna anglosassone. Ovidio è infatti molto amato in Inghilterra e in America, e anche in Australia, e non si finirebbe più di citare spettacoli, danze, dipinti, libri e poesie che riprendono il suo esempio. Il tema della metamorfosi attira più di tutti. Il dinamismo infaticabile della sua immaginazione, la velocità con cui cambia le carte in tavola – tutto questo rappresenta molto bene la nostra modernità, e le dà un mito di fondazione, un capostipite.
Le misteriose ragioni della relegatio. Quando Ovidio è al colmo della fama, introdotto negli ambienti di corte e probabilmente nella stessa famiglia di Augusto, con un fulmineo e unico provvedimento, il princeps lo relega nella remota Tomi sul Mar Nero, all’estremità del mondo e comunque dell’impero di allora. Varie ipotesi sul perché sono state avanzate da saggisti e storici ed altre prospettate da narratori. Qual è la più attendibile, nella totale irricostruibilità, anche oderna del provvedimento?
Ovidio fu cacciato da Roma perché scrisse le Metamorfosi. Con tutto quell’insistere sull’instabilità, negava la necessità storica dell’impero, che invece Virgilio con l’Eneide aveva dimostrato. Però Ovidio era popolare, era letto e apprezzato. Come disfarsene? Augusto, a quanto pare, decise di punirlo per aver scritto l’Ars amatoria, scusa ridicola, perché l’Ars amatoria era opera di anni prima. Lo puniva per il suo lavoro di scrittore, questo è certo. E punendolo per l’Ars amatoria distraeva l’opinione pubblica dall’importanza del nuovo poema, le Metamorfosi. Pare anche che Ovidio abbia assistito a qualcosa di illecito; che si sia reso complice di un crimine (probabilmente di sesso) involontario… Va’ a sapere. Non importa. Le fonti coeve tacciono, e lui è omissivo. Mi domando, e lo domando anche nel mio libro, se questo crimine involontario non sia un’invenzione retorica dello stesso Ovidio…
Concordo. E’ come se si vergognasse di qualcosa di ben noto, e si sforzasse di accreditarne una diversa versione, pur scusandosi dell’“errore” e della “poesia”, uniche sue significative ammissioni al riguardo e che confermano riferirsi tutto a qualcosa che ha scritto. Oltre non è dato andare. Ma il provvedimento lo tocca duramente. Al punto che qualcuno ha scritto che c’è un altro Ovidio, rispetto alla produzione precedente, nelle Epistulae e nei Tristia, le opere successive alla relegazione impostagli da Augusto sulla desolata costa del mar nero
Non esattamente. Ovidio, per quanto la disgrazia lo abbia abbattuto e messo in nuove condizioni di spirito, resta il poeta di sempre. Non perde la voce, e mantiene la capacità di recuperare immagini del suo migliore repertorio. I suoi lamenti di esule consuonano con quelli delle sue antiche eroidi, riprendendone la retorica e addirittura la forma epistolare; e l’esilio è una metamorfosi, ce lo dice chiaramente. Certo, ormai si sentono stanchezza, sfinimento, anche ripetitività (in un capitolo discuto questo stile tardo). Ma intatta è la volontà di essere poeta.
Il verso che le è più caro di Ovidio?
In nova fert animus mutatas dicere formas. È l’inizio delle Metamorfosi. Contengono tutto Ovidio: la novità, la forza del pensiero (fert animus), la parola (dicere), la trasformazione (mutatas … formas)… Insisterei sulla forza del pensiero, animus, una parola molto ovidiana.
L’abbiamo vista a Sulmona, città natale del poeta, il quale spesso ne parla. In un passaggio di “Con Ovidio” lei accenna alla bellezza dei monti che circondano la conca peligna, al punto da meravigliarsi che Ovidio parli solo della “ricchezza di gelide acque”, insita nel nome stesso di Sulmona, e non del suo scenario di monti. Oltre che un latinista, docente, saggista, poeta e narratore, lei è anche un artista figurativo. Dopo la sua esperienza dell’Abruzzo, se dovesse ritrarre un aspetto di questa nostra regione, cosa la ispirerebbe?
Vorrei dipingere proprio quei monti che dice, pieni di antichità e di segreti.
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