Paoletti assolto dopo dodici anni

24 Febbraio 2018

La Corte d’appello riabilita l’ex direttore dell’ufficio del lavoro: non c’entra con il traffico di clandestini

PESCARA. Dodici anni dopo, Gianpaolo Paoletti, ex direttore dell’ufficio del lavoro coinvolto nello scandalo del traffico di clandestini cinesi (150) e romeni (altri 50), ottiene la riabilitazione da quella giustizia che pure in primo grado gli aveva inflitto 8 anni di reclusione e una multa di un milione e 425mila euro. Ci pensa la Corte d’appello dell’Aquila (collegio Servino, De Matteis e Grimaldi) a restituirgli la patente di innocenza, grazie alle tesi della difesa - rappresentata dagli avvocati Carlo Di Mascio, Maria Pierfelice e Giuliano Milia - che hanno fatto breccia tra i giudici e ridimensionato la portata delle accuse. Paoletti, unico italiano rimasto nel lungo elenco di imputati, si è visto cancellare - insieme a tre cinesi - una macchia datata 2006, epoca degli arresti di una maxi operazione contro il traffico di clandestini: permessi illegali, diceva l’accusa, per 200 stranieri, aiutati a entrare illegalmente in Italia. Solo nel 2015, dopo due anni di udienze preliminari e oltre tre di dibattimento, l’inchiesta in cui erano coinvolti 6 italiani e 18 cinesi era arrivata a sentenza con 14 condanne e 76 anni di carcere comminati e una messe di capi di imputazione prescritti.
Le accuse contestate a vario titolo ai 24 erano di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, corruzione, falso, abuso d’ufficio, violazioni del decreto legislativo. Dei 13 cinesi condannati in primo grado, alcuni vivono ancora a Pescara mentre altri sono tornati in Cina. In secondo grado, per dieci di loro la pena è stata rideterminata al ribasso in 3 anni di reclusione, a braccetto con il milione e 425mila euro di multa, la stessa che è chiamato a pagare Ye Shengqiu, la cui pena è stata ridotta, grazie alle difese, a 6 anni di reclusione. Ma di loro non si ricorda più nessuno.
A differenza di Paoletti, intorno al cui ruolo la Corte d’appello ha disegnato una figura ben lontana da quella del deus ex machina del traffico di uomini. Una revanche ormai annacquata dal tempo trascorso, intrisa del gusto amaro e beffardo che solo una giustizia ultralenta sa dispensare. (g.p.c.)